IL CEMENTO

Ville Savoye (Poissy, Francia, 1928-1931)

Residenza privata nei pressi di Parigi, precisamente a Poissy, Ville Savoye è una delle architetture più celebri dell’architetto che rivoluzionò la disciplina nonché maggior esponente del movimento moderno: Le Corbusier. Per questa e altre opere si abbina il suo nome all’utilizzo del cemento, per il suo uso artistico e assolutamente originale e innovativo. Costruita tra il 1928 e il 1931, si tratta del manifesto più conosciuto del movimento moderno e in particolare del cubismo architettonico. Villa Savoye è generalmente considerata l’espressione più chiara di quelli che Le Corbusier chiamò “I cinque punti di una nuova architettura”. Tutti i cinque punti enunciati si basano sulla tecnologia costruttiva, ovvero sull’uso del calcestruzzo armato; cosa che oggi sembra banale ma che non lo era affatto negli anni Venti.

STUDIO OSSIDIANA
HORISMOS PLAYGROUND VLEUTEN, OLANDA
2020

La Seconda guerra mondiale si è appena conclusa quando, nel 1946, l’ar-chitetto olandese Aldo van Eyck (1918–1999) comincia una lunga e pro-ficua collaborazione con la città di Amsterdam, che si concretizza nella realizzazione di più di 700 playground, distribuiti in tutta l’area urbana. È un sistema diffuso che occupa i terrain vague creati dalle bombe del conflitto e li trasforma in una rete di centri pulsanti della vita urbana. Alla base di questo progetto ambizioso e pluridecennale non c’è solo la neces-sità pratica di rifunzionalizzare una serie di luoghi abbandonati. Soprattutto, sulla scia delle teorie di Johan Huizinga e dei situazionisti, van Eyck si fa portatore di una visione nobile del gioco, inteso come un’attività fondamentale che presiede al funzionamento di qualsiasi compagine sociale. Nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri moltissimi architetti, urbanisti e artisti si sono cimentati nel tema al tempo stesso sofisticato e spensierato del playground. Pochi, però, hanno raggiunto i livelli di raffinatezza di Isamu Noguchi (1904–1988), artista statunitense di origine giapponese. Ad Atlanta come a New York e alle Hawaii, i suoi playscapes sono paesaggi poetici composti attorno a sculture e strutture fisse di grande qualità formale, e al tempo stesso aperti agli usi inaspettati che ne vorranno fare i loro utilizzatori.
Alcuni episodi recenti testimoniano dell’attualità del campo da gioco, come elemento di qualificazione dello spazio pubblico, ma anche come terreno di sperimentazione relativamente libero da vincoli per i suoi progettisti. Un ottimo esempio di playground contemporaneo è Horismos, la prima opera realizzata da Studio Ossidiana, completata nel 2020 nella cittadina olandese di Vleuten. L’area per lo svago è suddivisa da una sequenza di setti di calcestruzzo colorato, morbidamente ondulati e at-traversati da oblò passanti, che la fantasia dei giovani utenti può facilmente interpretare come creature da cavalcare o come magici portali spazio-temporali.
Per quanto contro-intuitivo, l’utilizzo del cemento è un elemento ricorrente nella storia di questi luoghi, che devono rispondere innanzitutto a criteri di massima solidità e durabilità. Le contraddizioni generate dall’accosta-mento inatteso di un materiale in apparenza ostile e di un pubblico a suo modo delicato è stata messa in scena magistralmente da The Brutalist Playground, la mostra curata da Assemble con Simon Terrill al Riba di Londra nel 2015. In quell’occasione, i playground di molti council housing inglesi di epoca brutalista, sorprendenti ma ostili proprio a causa della loro “durezza” cementizia, sono stati ricostruiti in scala 1:1, in morbida e sgargiante schiuma poliuretanica.

IL CEMENTO AL CINEMA

di Gianmaria Tammaro

Il cemento è uno dei protagonisti del cinema e della televisione di questi anni. Può assumere diversi significati e rappresentare diverse cose. A volte è una cornice, e si limita a riempire le immagini e le inquadrature. Altre volte ha un peso specifico, e può diventare uno strumento nelle mani dei registi più bravi.

La dolce vita (1960, Federico Fellini)

Gomorra – La serie

Kingsman - Secret Service (2014, Matthew Vaughn) – Fonte: Movie-Locations.com

Favolacce – (2020, Fabio e Damiano D’Innocenzo)

Le conseguenze dell’amore – (2004, Paolo Sorrentino)

Casino Royale (2006, Martin Campbell)

Il cemento nel cinema e nella televisione può essere ovunque, riempire ogni singola scena, ogni singolo passaggio, ed essere totalmente assente. Perché è un contorno; e solo a volte – solo, cioè, quando lo richiede la trama del film o della serie – diventa protagonista. La dolce vita di Federico Fellini si apre con un elicottero che vola bas-so nel cielo, e che supera monumenti antichi, palazzi vecchi e palazzi nuovi, cantieri, chiese enormi, cupole, terrazze assolate e popolate. È la fotografia dell’Italia che rinasce, che si rimette in piedi, di quel “boom” economico di cui abbiamo parlato – e continuiamo a parlare – tanto. E quello nell’inquadratura è (anche) cemento: decine di pilastri e di scheletri che prendono forma; case già piene e già finite; dita grigie che si allungano verso l’alto, che stanno dritte, immobili, che vogliono ribadire: siamo qui per restare; siamo inevitabili; siamo il vostro più grande successo e, insieme, il vostro più grande tormento.
Il cemento è una maschera, è una pausa, è tutto quello che serve a un regista per far capire allo spettatore dove è ambientata la sua storia: riconosciamo alla prima occhia-ta gli skyline newyorkesi e quelli losangelini; sappiamo, proprio perché educati dal cinema, distinguere la periferia dal centro di Roma, etichettare i quartieri milanesi, datare una casa o un palazzo. Il cemento, nella storia più recente, ha rappresentato la novità, il cambiamento, la fine di un secolo e l’inizio di un altro. Poi ha perso consistenza e significato; è diventato asfissiante e onnipresente, quasi fastidioso. E i film hanno cominciato a riscoprire la terra incontaminata e gli spazi enormi. C’è stata co-me un’inversione di tendenza, e dal punto di vista della composizione stessa dell’immagine, è piuttosto interessante. Meno luce artificiale, meno neon, meno lampadine, e più sole, più luce naturale.
Il cemento ha invaso anche la televisione; e soprattutto nella fioritura seriale italiana, ha assunto scopi precisi. Nella Gomorra di Sky vuol dire affare, investimento, accordo; spesso è spoglio, ancora grumoso e imperfetto; altre volte è liscio e levigato. Ha la forma di una casa nuova, è il simbolo del successo. Ed è pure una prigione non-pri-gione: riconosciamo subito la sagoma enorme delle Vele; sappiamo cosa sono e a che cosa servono; sappiamo che sono un ancora alla miseria e non un rifugio. Sono un monumento, un totem: sono la sintesi di tantissime storie e reati. 
Ma tornando al cinema: il cemento è diventato anche una via di mezzo, una fotografia del presente precario e incerto, sempre uguale, sempre grigio, squadrato a forza, appuntito negli angoli e affilato ai lati, spinto e costretto in spazi minuscoli. 
In Non essere cattivo di Claudio Caligari il cemento, e quindi i palazzi in costruzione e la villa abbandonata e poi riabitata, sono una diapositiva della disperazione, della speranza nel futuro e anche dell’inconsistenza apatica della quotidianità. Il cemento è ambientazione ed è, allo stesso tempo, un richiamo. E poi è una cornice ed è uno sfondo. C’è, ritorna, è un colore utile alla fotografia, alla luce delle riprese; tiene insieme gli estremi, fa da collante e unisce. È dappertutto, il cemento. In tutte le città e in tutti i paesi. È una lingua universale di cui tutti abbiamo sentito almeno una volta il suono: non è piacevole, non è musicale, ma è estremamente chiaro. Quasi, addirittura, primitivo. 
Quando Scarlett Johansson appoggia la fronte contro il vetro della finestra della sua stanza d’albergo in Lost in translation, tutto quello che vede è fatto, ricoperto o costruito in cemento. È il Giappone moderno, quello occidentalizzato, in netto contra-sto con il Giappone dei templi e delle foreste. Viene avanti, così, un altro importante significato: il cemento si contrappone alla tradizione, all’antico, alla perfezione ripetitiva degli insegnamenti del passato. È la svogliatezza dei più giovani, è il loro attivismo, la loro (spesso) controproducente praticità; è una scorciatoia, non la strada principale. Ed è quasi una scusa.
Il cemento è un frammento nella ciclicità del cinema e dei suoi temi, delle sue ambientazioni. Lo troviamo nel neorealismo italiano e anche nei film della cosiddetta nuova Hollywood. Non ha un solo scopo. Non è esclusivamente un riempitivo, un di più; è tutto ed è nulla. È quello che siamo, la nostra aspirazione all’altezza, all’essere in cima; ed è pure un’ottima metafora della nostra fragilità: distruggiamo la natura per lasciare un segno, una traccia; per dire: eccoci, non dimenticateci. 
Nei film post-apocalittici, ambientati in tempi di catastrofi e di sciagure, il cemento è un ricordo; e per i registi diventa un modo per accennare al mondo di prima, senza mai parlarne veramente (per citare un caso recente: Niccolò Ammaniti l’ha fatto nella sua serie tv, Anna). Il cemento viene coperto d’erba, di nuova vita, diventa un elemento della vastità che si risveglia. C’è sempre stato, non è stato creato o impastato. È un cimelio, un rimasuglio; è il canto del cigno di una civiltà che è stata cancellata o che è stata profondamente cambiata. 
Il cemento ci porta anche a riscoprire il verde. Rischiamo di vivere nell’immensità delle città di Blade Runner: tutto grande, infinito, irraggiungibile; e contemporanea-mente uguale e identico, senza vie d’uscita e possibilità. Per questo motivo in alcuni film gli spazi vengono riorganizzati, l’architettura e il design diventano protagonisti (come in Parasite e in Malcolm & Marie). Il cemento appartiene a un’epoca in cui eravamo tanti ma non tantissimi, in cui non sentivamo ancora la pressione del dopo, del prepararsi al peggio. Oggi rappresenta quasi una sfida. E lo fa in tanti modi differenti (di nuovo, trovare un’interpretazione univoca è difficile). 
Nelle periferie di alcuni film, il cemento è fastidioso, un pugno nello stomaco; è sporco, cadente, eccessivo. A che cosa serve? A volte è un monito per chi abita nelle case popolari; dice: voi appartenete a questo mondo, non ne uscirete tanto facilmente; il cemento è dentro di voi, e voi siete parte del cemento. In Kingsman è il prima, è la condanna a una vita fatta di delinquenza, di errori e di criminalità. Nelle opere di Guy Ritchie, che hanno sempre raccontato la malavita inglese, è una trappola, un gioco impossibile da battere, un gioco in cui tutto il mondo è paese e tutti gli uomini sono uguali. Ma è pure politica, mazzette e accordi sotto banco. 
In modo paradossale il cemento si trasforma nell’anima di una realtà sotterranea e invisibile, e fa da ponte tra universi diversi, apparentemente lontanissimi e invece vi-cini, così vicini da sfiorarsi, da accavallarsi, da somigliarsi. Il cemento mette tutto e tutti sullo stesso piano, come la morte: allinea, appiattisce, raccoglie ogni cosa nella mediocrità e nell’approssimazione. Il cemento è un mezzo, è al servizio del genere e della sceneggiatura. In Favolacce è condensato nelle villette della provincia ed è una promessa non mantenuta: potevi avere fortuna e successo, e invece sei qui, a goderti questa vita a metà, questa vita sospesa. È una presa in giro, è una finta ricchezza, è la concretizzazione del disinteresse e dell’insofferenza. In Jeux d’enfants il cemento riesce a fermare il tempo, e a rendere un abbraccio infinito e l’amore tra un ragazzo e una ragazza eterno. È un segnalibro. Una tacca. Dove c’è il cemento, tutto rimane immobile; e tutto assume un altro spessore e un’altra dimensione. È meno elegante dei marmi e dei colonnati antichi; ha una dignità di-versa, quasi oltraggiosa, profondamente operaia. È il trionfo dell’ingegno dell’uomo sulla fragilità della natura, sulle cose che durano poco, che esistono per poi morire, e sull’arrendevolezza dell’esistenza.
Ne Le conseguenze dell’amore, il cemento segna la fine del film e significa amicizia: è liquido, ancora morbido, un pozzo di sabbie mobili in cui perdersi e non ritrovarsi più; ha un che di invitante e di curioso. Non sembra nemmeno cemento. Si vede per un istante, uno soltanto, e poi scompare dal quadro, la storia va avanti, si sente la vo-ce di Titta Di Girolamo (Toni Servillo) che racconta e che mette un punto alla trama. Il cemento può fare anche questo: essere il sipario di uno spettacolo più grande, rin-graziare il pubblico per essere venuto e poi salutarlo con un muro di silenzio. Nelle mani di un regista abile, è uno strumento utilissimo. Può aiutare la narrazione; può essere uno spunto per dire qualcosa di più (e anche qualcosa di meno). Sostiene, non schiaccia. Indica, non insiste. È, nel senso di certezza; non c’è condizionale, non c’è dubbio, non c’è l’aleatorietà del caso.
Nell’economia, e nell’ecologia, delle cose, il cemento suona come uno spreco. Ma, come dicevamo, fa parte di noi, è quello che siamo, e nasconderlo in un film o in una serie tv sarebbe estremamente disonesto (certo, ci sono quei titoli ambientati in altri tempi e in altri mondi, e allora a che serve il cemento: possiamo tranquillamente far-ne a meno; non è di noi e del nostro presente che si parla). In Casino Royale una del-le scene più lunghe, e tese e appassionati, si svolge in un cantiere. Si intravedono le gabbie di ferro e le impastatrici. James Bond (Daniel Craig) corre velocissimo; evita gli operai, si infila tra le colonne in costruzione e salta da un piano all’altro, natural-mente. Grazie ai suoi movimenti, il cemento acquisisce spinta e dinamicità, aiuta a compattare la sequenza, a tenere insieme gli elementi e a limitare, in qualche modo, l’esplosività dell’azione. In questo caso, è fondamentale per la narrazione. Ed è, appunto, cornice e contenuto.
E quindi, alla fine, che cosa rimane del cemento nel cinema e nella televisione? Tutto e niente. Il cemento è lì, è già su pellicola, è già catturato in digitale; è un vicino fastidioso che si allunga oltre lo schienale della sua poltrona e ci sbircia, rivolgendo-ci un sorriso sdentato, pieno di buchi e di fori, sgraziato. Ma è anche la parete a cui può appoggiarsi il protagonista di una storia, quella contro cui sbattere un sospettato d’omicidio. È i trequarti di una scena, è il soffitto di un’inquadratura. È uno sforzo metanarrativo perché ci ricorda in continuazione che c’è stato qualcun altro prima del regista, della troupe e del cast di un film o di una serie; è una finestra sul nostro mondo, su di noi. 
Qualcuno urlerà stop, annuncerà la fine o la pausa delle riprese; e il cemento sarà ancora lì. Immobile e immutabile. Grigio e silenzioso.

CALCESTRUZZO: MITO, FORZA, FUTURO

di Alfonso Fasano

Dall’Impero Romano fino ai giorni nostri, il calcestruzzo è il materiale di costruzione più utilizzato, più resistente, più adattabile. Borio Mangiarotti l’ha scelto per gli uffici del progetto SeiMilano, affidandosi all’esperienza e ai prodotti innovativi e sostenibili di Italcementi.

Esiste un legame storico, e perciò profondissimo, tra Milano e il calcestruzzo. Ed è inevitabile che sia così: Milano è una delle città italiane in cui il brutalismo è riuscito a mostrare meglio, e attraverso un numero significativo di opere, la sua potenza espressiva, la sua «essenza etica, il suo tentativo di affrontare e comprendere la società di produzione in massa, di farlo traendo una sorta di rozza poesia dalle forze potenti e confuse che sono in gioco», per utilizzare le parole di Peter Smithson, uno dei più importanti architetti britannici del Dopoguerra. Se il brutalismo è una corrente architettonica che rende manifesti i suoi significati attraverso l’esaltazione dei materiali che compongono gli edifici, il calcestruzzo deve essere considerato l’anima del brutalismo: per quanto è stato usato, ovviamente, prima di tutto; per la sua versatilità, per la sua resistenza, per il fatto che è una vera e propria “pietra fusa” capace di adattarsi alle richieste di progettisti, ingegneri, archi-tetti; per la sua perfetta aderenza allo stile degli edifici brutalisti, alle forme crude e solide e massicce che caratterizzano diverse opere di grande rilevanza architettonica nel territorio milanese, prima tra tutte la Torre Velasca, e poi l’istituto Marchiondi a Baggio – il cui plastico è esposto al MoMA di New York – e ancora il GioiaOtto. A Milano, il calcestruzzo non è solo un elemento del passato, di una storia ricca e prestigiosa, piuttosto è una parte fondamentale del presente. E del futuro, soprattutto. «Stiamo parlando di un prodotto che, ancora oggi, è un’eccellenza assoluta, per quanto riguarda le costruzioni». Queste parole sono state pronunciate da Andrea Zecchini, Head of Technologies and Technical Support Technologies & Quality Department di Italcementi, nel corso di un’intervista in cui parla del calcestruzzo utilizzato per il pro-getto SeiMilano – per la precisione dei due prodotti scelti per costruire i 30.000 metri quadri di uffici che sorgeranno nell’innovativo quartiere contemporaneo sviluppato da Borio Mangiarotti. «I materiali forniti al cantiere SeiMilano», racconta Zecchini, «sono il frutto di una collaborazione di filiera tra Italcementi e Calcestruzzi Spa. Italcementi si è occupata del cemento, Calcestruzzi invece del calcestruzzo e degli inerti. I tecnologi dei rispettivi laboratori, situati a Bergamo e a Peschiera Borromeo, in provincia di Milano, hanno lavorato in sinergia per trovare delle soluzioni che riuscissero a soddisfare le richieste dei progettisti. Per le strutture orizzontali è stato preferito i.pro STRUCTURA Rck 37, un prodotto specifico, facile da impiegare e adatto a condizioni ambientali di moderata aggressività agli agenti chimici. Per le strutture verticali, invece, si è scelta una formulazione i.tech STRUCTURA Rck 45, un prodotto tecnologicamente più “spinto”, ovvero più adatto a resistere a condizioni ambientali severe. Entrambi sono stati messi a punto con l’obiettivo di mantenere omogenee e costanti, in tutte le fasi di getto, le proprietà reologiche e di omogeneità, così da garantire una maggiore durabilità».
Oltre ad avere specifiche tecnologiche innovative, e quindi a garantire performance di altissimo profilo, i prodotti scelti e utilizzati per SeiMilano si caratterizzano anche per la loro sostenibilità. Per dirla meglio: per la sostenibilità dell’intera filiera produttiva. «Quando parliamo di calcestruzzo sostenibile», spiega Zecchini, «non intendiamo un semplice e semplicistico bollino green apposto in maniera arbitraria sul prodotto: è un concetto molto più complesso, molto più sfaccettato, di cui si deve tener conto fin dal primo passaggio nel ciclo industriale che porterà poi al materiale finito. Il cemento che ha fatto da base ai calcestruzzi utilizzati per SeiMilano è stato realizzato nella cementeria di Calusco, il primo stabilimento di Italcementi che è riuscito ad aggiudicarsi la prestigiosa certificazione Csc, acronimo di Concrete Sustainability Council. Si tratta di uno standard molto severo, lanciato a gennaio 2017 da importanti realtà del calcestruzzo su scala globale, che abbraccia i tre pilastri della sostenibilità: ambientale, sociale ed economico. Insomma, si tratta di un prodotto realizzato in un impianto d’avanguardia, non tanto e non solo perché ha semplicemente ridotto la sua carbon footprint, ma perché ha un impatto rispettoso su tutto ciò che ha intorno a sé, e sul mondo esterno. E per mondo esterno si intende l’ambiente, certo, ma anche il contesto sociale, economico, culturale». Un aspetto fondamentale su cui Zecchini insiste tantissimo è quello per cui ogni calcestruzzo, oggi, ha una storia diversa: «Parliamo di un prodotto che è frutto di una lunghissima filiera di controllo: si parte da una cava, dove viene estratto il calcare, e poi via via si arriva alla cottura, alla macinazione, e quindi al cemento. Se vogliamo fare una metafora alimentare e culinaria, il cemento è la farina e il calcestruzzo è l’impasto che darà origine al pane. Di mezzo, vengono aggiunti – e quindi anche controllati – gli additivi, poi l’aggregato, insomma tutte quelle componenti che ci permettono di arrivare al prodotto finito. Un prodotto che deve rispettare certi standard, che deve garantire altissime prestazioni. Un prodotto che può variare, e che varia a ogni mini-mo mutamento degli ingredienti, delle dosi. E che perciò deve essere verificato e te-stato con un’attenzione quasi ossessiva. Torniamo un attimo ai materiali utilizzati per SeiMilano, giusto per far capire qual è la profondità di questi controlli: dall’autunno a oggi, ovvero quando è iniziato il lavoro in sinergia con Borio Mangiarotti, abbiamo testato i componenti dei nostri calcestruzzi, ma anche i prodotti finiti, almeno un migliaio di volte. E stiamo continuando a farlo». 
È straordinario pensare come tante storie così complesse e articolate si rincorrano da secoli, anzi da millenni: gli antichi romani conoscevano già il calcis structio, definizione che veniva utilizzata per le strutture realizzate con un composto di calce, sabbie pozzolaniche, mattoni e pietre macinati, più l’acqua, ovviamente – ovvero la miscela che, nel corso del tempo, si sarebbe evoluta fino a diventare la base del calcestruzzo contemporaneo. Una delle opere realizzate con un materiale del genere è la cupola emisferica del Pantheon, uno dei monumenti più celebri della Roma antica, uno degli emblemi del centro storico della Capitale. A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, sono stati ideati i procedimenti per ricreare il comportamento dei leganti naturali – calce e pozzolana – in ambiente artificiale, finché nel 1818 l’ingegnere francese Louis-Joseph Vicat è riuscito a brevettare il cemento, destinato a essere il legante più utilizzato per produrre il calcestruzzo. Ed è così che il calcestruzzo è diventato – anzi: è tornato a essere, visto il suo utilizzo già nell’antichità – il materiale ideale per costruire le grandi opere, il più sicuro, il più durevole e sostenibile, soprattutto nella versione armata, che grazie all’armatura in barre d’acciaio annegata al suo interno garantisce maggiore resistenza alla trazione. E quindi si presta perfettamente a progetti futuristici di ingegneria civile. 
Oggi tutte queste caratteristiche così preziose vengono esaltate ancor di più dall’avanzamento tecnologico e scientifico, che ha aperto un mondo di possibilità a chi produce i materiali, ma anche a chi deve utilizzarli. «Il calcestruzzo moderno», spiega Zecchini, «viene creato in maniera automatizzata, informatizzata: gli impianti con-temporanei ci permettono di essere estremamente precisi ed efficaci in azienda, di as-secondare le richieste dei nostri committenti nei tempi richiesti, mantenendo performance altissime. Inoltre, Italcementi e anche altre aziende italiane possono avvalersi di una competenza, di una cultura del lavoro e del materiale che ha pochi eguali in Europa. In un contesto del genere, è inevitabile che il calcestruzzo sia considerato un prodotto d’élite, non a caso è stato scelto per gli uffici, una parte centrale di un pro-getto ambizioso come SeiMilano, e anche il Ponte San Giorgio (ex Ponte Morandi) di Genova è stato costruito con questo materiale. Anzi, proprio a Genova abbiamo visto che oggi, anche nei cantieri più grandiosi, possiamo tirare su una pila ogni dieci ore, infatti i lavori sono stati portati a termine con un ritmo infernale, mai visto prima. E in futuro potremo spingere ancora di più, stiamo andando verso performance meccaniche sempre più estreme, senza però trascurare l’estetica delle opere. Questo perché il calcestruzzo è davvero uno dei prodotti più modellabili che ci sono sul mercato». E anche Milano se ne è accorta, da tempo: dal punto di vista estetico stiamo assistendo a una riscoperta, anzi a una rivalutazione delle opere brutaliste, tra le più immortalate nei feed specializzati in foto d’architettura, insieme a una nuova ricerca di design che rimandano alla forza espressiva del ce-mento nudo, all’essenza del calcestruzzo, il materiale su cui è stato costruito il mondo.