IL LEGNO

Pagoda Hōryū-ji 
(Ikaruga-no-Sato, Giappone, 550-700)

La pagoda Hōryū-ji, costruita tra il 550 e il 700 d.C. (Periodo Asuka) in Giappone, fa parte di un complesso templare buddista ed è il primo sito giapponese a essere stato riconosciuto Patrimonio mondiale dell’umanità, nel 1993. La pagoda è il simbolo religioso di alcune culture orientali, archetipo riconoscibile ed edificio strutturalmente costituito di legno. È interessante l’approccio metodologico che i giapponesi utilizzano nei confronti della conservazione del patrimonio culturale. In generale, in Oriente non esiste il concetto di conservazione di un bene, esiste quello di patrimonio, motivo per cui più che conservare la materia prevale la volontà di trasmettere la tecnica costruttiva e l’abilità di realizzarla. Questo porta alla costante attività di ricostruzione applicata a molti edifici di culto che non vengono mantenuti ma ricostruiti utilizzando nuovi elementi nello stesso identico modo.

MILAN INGEGNERIA, LABICS 
(MARIA CLAUDIA CLEMENTE, FRANCESCO ISIDORI), FABIO FUMAGALLI
ROMA, ITALIA 
2020 
(CONCORSO. COMPLETAMENTO PREVISTO PER IL 2023)

Nel maggio 2021 la cordata composta da Milan ingegneria, da Labics, lo studio romano di Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, e dall’architetto Fabio Fumagalli ha vinto il concorso per la ricostruzione dell’arena del Colosseo. Nell’ambito del Piano Strategico Grandi Progetti Culturali del 2015, ben 18,5 milioni sono stati stanziati per intervenire sul più grande anfiteatro dell’antichità. Così, salvo imprevisti, entro il 2023 il Colosseo ritroverà il suo palcoscenico perduto da tempo, che ricomparirà nella veste di una piattaforma in legno molto tecnologica – ossatura di carbonio, rivestimento in Accoya, comandabile a distanza, retrattile, orientabile – e sottilissima. Così sottile, pare, che potrà posizionarsi esattamente alla stessa quota a cui si trovava la sua antenata dell’epoca dei Flavi, quando l’anfiteatro fu costruito. I cultori della filologia più rigorosa possono dormire sonni tranquilli, come pure le antiche murature sotterranee, che saranno ben ventilate ma decisamente più protette dagli agenti atmosferici. L’auspicio è che al completamento dell’arena corrisponda anche una programmazione tale da trasformare il Colosseo da ombelico turistico della città eterna in un vero e proprio spazio pubblico a disposizione di tutti i romani.

UNA CAPANNA NEL BOSCO, RESIDENZA DI IDEE

Intevista ad Azzurra Muzzonigro
Architetto

Capanna nel bosco – Fonte: Waiting Posthuman Studio (Azzurra Muzzonigro con Margherita Gistri) e Landscape Choreography (Emanuele Braga)

Azzurra crede fermamente che le costruzioni e le ristrutturazioni possano migliorare il modo in cui viviamo e crede anche nell’abitare mobile, lei che ha vissuto nei canal boats a Londra sperimentando in prima persona il rapporto dello spazio tra dentro e fuori e il contatto diretto con la natura. Nel 2020 Andrea Gessner, editore di Nottetempo, le commissiona la realizzazione di una capanna nel bosco, in occasione dell’uscita del libro Quattro Capanne, della semplicità di Leonardo Caffo e più in generale della collana di libri “terra”, attraverso i quali si mette in discussione il rapporto della nostra specie Homo sapiens con il pianeta che ci ospita. Inizialmente pensata per essere luogo di presentazione del libro al Salone di Torino, con l’arrivo della pandemia ha assunto ancora maggior significato.

Perché la forma di astronave?

La forma deriva dal movimento musicale e artistico afro-futurista degli anni Sessanta, che ruotava attorno alla figura di Sung Ra, un musicista afro che teorizzava come i neri potessero emanciparsi soltanto al di fuori della terra, dal quale nacque tutto un immaginario di esplorazione interstellare. La capanna è stata realizzata da una cooperativa di richiedenti asilo del Ghana, che si stanno formando come carpentieri: la scelta della forma vuole dare voce anche a loro.

La capanna nel bosco è un modo di vivere in equilibrio l’ambiente. Cambiare il paradigma delle nostre abitazioni è un primo passo per salvare il pianeta e di conseguenza salvare noi stessi?

C’è un libro, La casa vivente, di Andrea Staid, che dice proprio questo: cambiare il paradigma dell’abitare, che in qualche maniera stabilisce un rapporto tra il nostro corpo e l’ambiente che ci circonda, in modo da considerare la nostra casa una seconda pelle. Noi abbiamo cercato di indicare una direzione: quella di abitare il pianeta con il passo più leggero possibile.

Il legno, in un’ottica di sostenibilità, potrebbe essere il materiale del futuro?

Direi sicuramente di sì. Dobbiamo fare attenzione al materiale con cui vengono costruite le nostre case e gli spazi che abitiamo. I materiali non devono essere nocivi o addirittura tossici, ma naturali e in qualche maniera manipola-bili, così che cambino insieme a noi.

È davvero sostenibile una città in legno?

Si stanno facendo tanti esperimenti di costruzione in legno, anche rispetto a edifici di diversi piani. A Parigi sta nascendo un Bosco Verticale che supererà gli undici piani e avrà la struttura in legno. È una direzione che sta prendendo l’architettura. Fino a poco tempo fa non si andava oltre strutture di nove piani. Inoltre prima le costruzioni erano ibride, la struttura portante continuava a essere in cemento con l’aggiunta di parti in legno, ora invece le strutture sono completamente in legno. È un campo che secondo me dovrebbe essere approfondito ed esplorato. 

La capanna si pone all’intersezione fra urbanistica, architettura e filosofia. Quale aspetto è stato maggioritario nella sua costruzione?

Io credo che sia proprio l’intersezione tra questi campi che dà vita a questo esperimento. Io, Leonardo Caffo e Laura Ciocci abbiamo fondato una piattaforma che si chiama “Waiting posthuman studio”, che indaga l’ibridazione tra queste discipline e parte dalla condizione di postumanità non più antropocentrica e dominatrice. Nascono così progetti che talvolta prendono la forma di un libro, talvolta di una mostra, talvolta di un piccolo esperimento di architettura, come in questo caso.

Che progetti avete per la capanna in futuro?

La nostra idea è quella di renderla un luogo di emanazione di cultura. La capanna dovrebbe ospitare presentazioni di libri, workshop o addirittura dei ragazzi che vivendo una settimana a contatto con il bosco riflettano e producano insieme, a partire dalla condizione di abitare uno spazio del genere.

NOSTALGIA E POESIA DEI TRABOCCHI SUL MARE, NATI DALLA PAURA DEL MARE PER MANO DI ARTIGIANI CHE NEL SEICENTO POPOLARONO LA COSTA ABRUZZESE 

di Annalisa De Simone
Foto di Claudia Ferri

Nulla, quanto il mare, evoca in me un senso così profondo di libertà. Quando fisso il mare, torno bambina. Immergo i piedi nell’acqua e ogni volta riconosco la stessa frenesia che avevo da piccola. E l’eccitazione. Sono un pizzico timorosa del freddo, sono sempre felice. Non solo memorie d’infanzia, c’è una specie d’annuncio, nel ma-re, di un tempo a venire. Una vertigine d’occasioni e di possibilità. Tutto è movimento davanti al mare. Tutto è futuro.  A L’Aquila, dove sono nata, lo sguardo è costretto fra la conca delle montagne abruzzesi. Le vette verdi, poi bianche. Quando la neve sta per sciogliersi, lungo il dorso delle pareti rocciose s’intravedono dei fazzoletti di terra. Marroni, grigi, poi di nuovo verdi, poi di nuovo bianchi. L’immobilità della montagna in alcuni giorni è opprimente. Il mare invece riflette la luce e trema, anche quando è piatto, spuma. Credo incuta timore pure per questo, per i suoi movimenti che non sempre controlli. Mio padre, nato in un paesino nell’entroterra, ha conosciuto il mare a vent’anni. E ne ha ancora soggezione. È che è troppo vasto e profondo, troppo misterioso, il mare, per non creare spavento. Si sa: l’uomo, quando non può dominare le cose, si sente perduto. Ma di fronte a una distesa d’acqua così sterminata, più forte della paura per me c’è il senso del tempo. Un tempo che sembra sempre pieno, tondo, inesauribile. E forse è per questo che il mare ad alcuni fa paura, ché anche il futuro fa paura. Immaginiamo l’istante in cui l’acqua si ingrossa e il barchino su cui si sta a galla diventa un punto minuscolo in mezzo al blu. Indifeso. Spacciato. Ora immaginiamo l’ingegno: aggirare il pericolo del mare e procurarsi i pesci stando ben ancorati alla costa. Si dice che la paura implichi sempre paralisi, stallo. Lì dove, invece, il senso dell’avventura comporta prospettiva, fiducia, movimento. Ma non sempre è così. La paura, che è presentimento del rischio, il sentimento più comune fra gli animali, una risposta innata, biologica, può funzionare come sorprendente forza motrice. I Trabocchi lungo il litorale abruzzese nascono da questo: dalla paura. L’incubo d’avventurarsi in mare aperto. 
Si dice che intorno al Seicento, la costa fu sorpresa da un fortissimo terremoto, in mare le onde furono tanto incontenibili che in un solo istante inghiottirono spiaggia, terra, case, persone. Gli anni trascorsero sui luoghi abbandonati e deserti. A ripopolare il territorio, più tardi, giunsero alcune famiglie dalla Francia. Costruttori soprattutto, falegnami, fabbriferrai. Si dice che fu a causa della paura del mare, e grazie alle loro abilità d’artigiani, che sorsero i primi Trabocchi. Gigantesche ed eccentriche macchine da pesca, ancorate al suolo sabbioso della costa. 
Dalle parti di Ortona, Vasto, San Vito Chietino, queste strane palafitte spuntano fra gli scogli su tronchi sottili, hanno antenne dritte e teli di reti inchiodati al legno. Sono posizionate là dove l’acqua è abbastanza profonda, in modo da immergere le maglie di nylon e raccogliere i pesci dal fondale. È una trovata perfetta, un inganno. Non a caso la parola trabocco deriva per sineddoche da trabocchetto, e cioè da quel tipo di pesca in cui il pesce arriva tranquillo a riva e cade in trappola. Impossibile non restarne incantati. Per quanto insolite, queste capanne sul mare sembrano venire dal futuro. Sono solitarie vedette da cui lo sguardo si allunga fino all’azzurro del cielo, verso un fondo che ogni volta si perde. 
In passato, furono abitati dai pescatori più poveri. Nel desiderio di segnare un con-fine, la linea del proprio unico possesso, alcune famiglie senza dimora occuparono queste case prive di muri. Nei Trabocchi, c’è solo una passerella che conduce a una piattaforma coperta da un tetto. Ai margini, si snodano i cavi di canapa che si in-trecciano ai tronchi di pino d’Aleppo, corrosi qui e lì dal sale e sbiaditi dal sole. I pescatori hanno smesso di abitarci, ormai, ma continuano a raggiungerli per sfruttare il favore dei venti e mettere in moto quel meccanismo che, grazie al sistema di argani, immerge la rete dentro l’acqua e, al momento più propizio, la tira su. Da noi, in Abruzzo, i pescatori dei Trabocchi vengono chiamati traboccanti. Visi bruciati dal gelo, capelli indorati dalla luce costante. Alle loro spalle, oltre la striscia di sabbia, le spiagge di ciottoli, oltre le calette, spuntano i promontori di Torre Mucchia, Punta Ferruccio, fino al paese delle ginestre, dove Gabriele D’Annunzio trascorse i giorni a scrivere il Trionfo della Morte, che ambientò sullo stesso tratto di costa. Capita spesso, davanti queste strane palafitte, di essere presi da un desiderio pungente. Quasi un rammarico. I Trabocchi sono un luogo di profonda nostalgia. Il sole si abbassa, ora c’è una luce che tende al rosa. Il vento fresco della sera scompiglia i capelli, gonfia i vestiti... e niente, succede ogni volta: sono a un passo dal Trabocco e ne sento già la mancanza. Una sensazione che somiglia in qualche modo all’amo-re. Come quando si soffre per l’assenza di una persona che si ha ancora accanto ma, nella vaghezza, si intuisce quel futuro in cui non ci sarà. È l’inconsistenza delle cose belle? Si tratta di questo? La loro fugacità? Rubo questa frase a Flaubert: «la malinconia non è altro che un ricordo inconsapevole».  D’estate, se si ha la fortuna di mangiare sopra al Trabocco, la malinconia si accende in modo ancora più profondo. Il riflesso delle candele, il gorgoglio del mare, la sera, il caldo meno insistente sulle spalle e, in un attimo, ciò che scoppia in pancia è un’inspiegabile felice tristezza. Si soffre al pensiero che il tempo che si sta abitando scivoli via troppo in fretta. O forse è questo: esistono dei luoghi che sono magici. Luoghi con la capacità di operare in modo occulto su di noi. E allora fisso il Trabocco, la passerella sopra lo sciabordio dell’acqua, le antenne che si aprono sul tramonto. Ciò che va in scena è l’incanto del mare, e non solo. L’ingegno dell’uomo che è figlio della paura di sentirsi così piccoli, indifesi. Ciò che va in scena è il potere segreto di alcuni posti, spazi sospesi fra un tempo antico e il presente in cui ci troviamo a osservare quello spazio. Sono fossili di un’altra vita, i Trabocchi. Ed è difficile tracciare un confine fra l’inspiegabile nostalgia che ispirano e la bellezza di partecipare al loro incanto.  In qualsiasi momento si incontri un luogo simile, e a prescindere dal proprio umore, quel luogo sarà sempre in grado di lasciare in noi delle tracce. Come la poesia, anche i posti con un potere magico sono eterni e di tutti. Ma ognuno ha il suo. E, unica certezza, scoprire il proprio è una splendida conquista.

DALLA KIT HOUSE ALLA CASA ORIGAMI

di Bianca Felicori

Perché “prefabbricazione” è sempre stato un sinonimo di progresso? Un viaggio nella storia della prefabbricazione in legno, dalle kit house americane del XX secolo alla recenti soluzioni di architettura emergenziale sviluppatesi in Europa.

Progetti di case prefabbricate realizzate in Spagna ed Estonia. – Fonte: Avrame

Progetti di case prefabbricate realizzate in Spagna ed Estonia. – Fonte: Avrame

Progetti di case prefabbricate realizzate in Spagna ed Estonia. – Fonte: Avrame

Progetti di case prefabbricate realizzate in Spagna ed Estonia. – Fonte: Avrame

In Europa uno dei primi esempi di costruzione prefabbricata risale al 1579, quando sul London Bridge era comparsa una casa di quattro piani chiamata Nonsuch House. Originariamente costruita nei Paesi Bassi, nel 1578 era stata poi smontata, divisa in pezzi contrassegnati e spedita via mare a Londra, dove era stata assemblata diretta-mente in loco.
Due secoli dopo, sempre a Londra, era stata realizzata l’opera-simbolo della prefabbricazione, ovvero la prima costruzione annunciatrice delle caratteristiche di una nuova architettura: il Crystal Palace (Palazzo di Cristallo). In occasione dell’esposizione internazionale del 1851, l’architetto, botanico e giardiniere della regina Vittoria Joseph Paxton aveva progettato un’enorme serra atta a contenere gli alberi di Hyde Park e a essere, allo stesso tempo, il manifesto progressista dell’esposizione stessa. Paxton ave-va concepito l’opera in base a criteri economici e produttivi, rendendo la costruzione in cantiere un semplice processo di montaggio. Il Palazzo era stato pensato dal suo progettista come un reticolo modulare in cui venivano impiegati elementi prefabbricati (segmenti metallici e pannelli di vetro) prodotti in serie e portati in cantiere pronti per essere montati. Per decenni il Crystal Palace era rimasto un episodio singolo e isolato in Europa, a risvegliare la coscienza collettiva, nella prima metà del XX secolo, era stata poi la scuola tedesca del Bauhaus, che aveva aperto ufficialmente le strade alla prefabbricazione. In America, invece, già dall’Ottocento esisteva una vera e propria cultura progettuale legata all’utilizzo del legno per realizzare strutture prefabbricate. Mentre la cultura europea era basata sull’impiego del legno come materiale facente parte della tradizione, trattato con tecniche artigianali, negli Usa si erano focalizzati piuttosto sui concetti costruttivi che avrebbero, in seguito, fortemente influenzato l’industria edilizia. Nell’Ottocento, infatti, i coloni americani, data la scarsità di mano d’opera e il grande fabbisogno di case da edificare, avevano iniziato a costruire case impiegando questo materiale al tempo ampiamente disponibile nelle zone boschive occidentali del continente. Il legno aveva il vantaggio di essere a basso costo, leggero e facile da traspor-tare, e i coloni conoscevano bene le tecniche di assemblaggio e di trattamento.
In quegli anni in America, ancor prima che Paxton a Londra progettasse il Palazzo di Cristallo, si costruivano spontaneamente case con i principi fondativi di quella che poi verrà chiamata, appunto, prefabbricazione: meccanizzazione della produzione, standardizzazione dimensionale, massimizzazione delle operazioni da compiersi in fabbrica. Da questa esperienza nel 1833 era nato il ballon frame, il primo sistema costruttivo industrializzato in legno e brevettato a Chicago da G.W. Snow. Il ballon frame consentiva di realizzare rapidamente costruzioni economiche senza ricorrere alla mano d’opera specializzata. Il sistema era composto da montanti continui su due piani, una soletta in tavolato su travetti sottili standardizzati che poi venivano disposti a intervalli ravvicinati. Inoltre la stessa trama strutturale serviva a supportare i pavimenti, la copertura e il paramento esterno.
Il successo di questo sistema semplificativo era anche dovuto al fatto che, nella montatura della struttura, venivano utilizzati chiodi industriali prodotti in serie e gli elementi componibili venivano realizzati nelle grandi segherie meccaniche in cui era stata introdotta la sega a nastro che facilitava la produzione. Nella prima metà del XX secolo si era continuato a costruire case unifamiliari o a schiera in legno. Grazie all’introduzione del ballon frame gli americani avevano acquisito tecniche e metodologie che erano diventate poi le basi per la progettazione delle case “asportabili”, ovvero case spedite in pezzi numerati come fossero un kit di montaggio. Da questo concetto di versalità era nato il sogno della casa americana che ciascun abitante poteva sistemare come meglio credeva, al mare piuttosto che in montagna o in periferia, per poi trasferirla altrove come fosse una roulotte. Nella prima metà del Novecento molte imprese iniziavano a pubblicare cataloghi di case prefabbricate in legno inviabili per posta. La Sears, Roebuck and Co., anche nota come Sears – catena americana di grandi magazzini fondata da Richard Warren Sears e Alvah Curtis Roebuck nel 1892, a Chicago – era stata tra le prime ad avviare questo processo. L’azienda aveva iniziato a pubblicare i Sears Modern Homes, cataloghi di kit house venduti via posta prima nella East Coast e negli stati del Midwest, poi anche a sud, in Florida e a ovest in California. Alcuni casi possono essere rintracciati persino in Alaska e in Canada. La Sears forniva ai clienti più di 370 differenti tipologie di case, di dimensioni e stili architettonici diversi, e il fenomeno aveva avuto un successo tale che tra il 1908 e il 1940 aveva venduto più di 70.000 abitazioni. Spediti principalmente tramite vagoni ferroviari, questi kit includevano la maggior parte dei materiali necessari per costruire una casa. Una volta consegnate, molte di queste case venivano assemblate direttamente dai loro futuri abitanti, che potevano all’occorrenza essere supportati da carpentieri o appaltatori locali. Negli anni Cinquanta l’architetto americano Carl Koch aveva sviluppato il Techcrete building system da cui erano nate le Techbuilt Houses, case costruite con pannelli standardizzati prefabbricati in legno di tipologie diverse in base alle esigenze. Koch stesso affermava che la casa si poteva realizzare in poco tempo e che bastavano due persone per montarla, massimo quattro, data la leggerezza dei pannelli. L’architetto forniva anche indicazioni su come arredarle: questo tipo di casa non andava né de-corata né riempita troppo, perché doveva rispecchiare la semplicità con cui era stata costruita. All’inizio era stata prevista anche una linea di arredamento, la Techbuilt Spacemaking Furniture, poi risultata troppo costosa. Il risultato finale era una casa elegante, dall’aspetto moderno, che poteva essere acquistata e montata per circa 8 dollari al metro quadrato. Queste case avevano la particolarità di essere le uniche in commercio con il seminterrato. La kit house istantanea era anche un ottimo tool per i periodi vacanzieri. Negli stessi anni infatti, Koch oltre alle permanent house aveva iniziato a progettare anche le vacation house che comparivano in tv, sulle copertine dei magazine, diventavano protagoniste di programmi radio. 
Uno dei modelli più popolari era la A-Frame, una casa con struttura a forma di “A”, con lati fortemente inclinati che di solito iniziavano dalla linea di fondazione o nelle vicinanze e si incontravano nella parte superiore. Nel 1952 gli architetti Workley K. Wong e John Carden Campbell avevano progettato la Leisure House, una casa in legno che si poteva spedire per posta e costruire a mano, sempre a forma di “A”. Era possibile acquistarla e montarla come una tenda ovunque si volesse, salvo condizioni climatiche estreme. I progettisti, specializzati in strutture prefabbricate semplici in legno, avevano pensato a questa casa vacanze, di pianta triangolare, che corrispondeva alle esigenze e alle possibilità americane di una casa-tenda trasportabile come un attrezzo montabile al mare, in montagna, o in mezzo alla natura. Il suo costo era pari a 975 dollari spedizione compresa e poteva ospitare due persone. Era composta da 11 triangoli di legno, un fondale e una copertura in compensato impermeabile e due piattaforme di legno. La casa poteva essere montata da chiunque, senza bisogno di muratori e tantomeno di un architetto, perché già pronta all’uso. In tre massimo cinque giorni, con l’aiuto di un solo martello e seguendo le istruzioni, il gioco era fatto. La struttura A-Frame viene utilizzata ancora oggi per disegnare case prefabbrica-te simili a tende da campeggio. Avrame, l’azienda fondata nel 2016 da Mr. Indrek Kuldkepp, ha proprio come obiettivo quello di riportare in auge le A-frame house degli anni Sessanta e Settanta. Dal loro sito puoi persino personalizzare la tua casa, dalla pianta ai materiali, in base alle tue esigenze. Sono anche sostenibili grazie alla comformazione del tetto che permette l’installazione di pannelli solari. Il cliente che sceglie Avrame è alla ricerca di eleganza, minimalismo e sposa uno stile di vita sano e sostenibile. Le case sono disponi-bili per un numero di persone che va da uno a tre. L’azienda di design di cabine Den ha di recente lanciato una nuova cabina disponibile come kit di pezzi da montare in po-chi giorni. La cabina è realizzata in legno e ha una grande finestra triangolare simile a quella della Leisure House” Può esse-re utilizzata come casa vacanze, studio di yoga e meditazione luogo di lavoro. Prefabbricato a New York, il kit è dotato di fori preforati e include tutto, dalle parti strutturali in legno che si bloccano insieme ai bulloni e persino la ferramenta della porta – dettagli che secondo Den distinguono il progetto da altre strutture preconfezionate. Den Cabin Kit è progettato per essere costruito con un’attrezzatura minima che include un set di cricchetti, un trapano elettrico, una scala, una scaletta e una pinzatrice. I materiali confezionati arrivano impilati secondo l’ordine in cui sono necessari durante la costruzione, in linea con l’obiettivo di rendere la costruzione il più facile possibile. Il concetto di casa trasportabile, economica e prefabbricata è quindi rimasto centra-le anche oggi che le condizioni socioculturali e climatiche ci invitano a ripensare il modo in cui facciamo architettura. Con il tempo, infatti, il legno ha assunto un valore ambientale nella progettazione contemporanea. In Italia questa tipologia di casa pre-fabbricata è anche stata studiata e impiegata come architettura emergenziale nei terri-tori colpiti dai terremoti. MADi la casa prefabbricata pop-up a prova di terremoto, ne è un prototipo esemplare. Seguendo il paradigma della storia delle kit houses, questo sistema costruttivo permette in poche ore di avere una vera casa multilifunzionale di classe A. Ecologica, antisismica e modulare, MADi – acronimo di modulo abitativo disgregabile – è il risultato di anni di studi sul tema dell’unità abitativa trasportabile. Si può piegare come un origami, quasi fosse un’evoluzione del concetto di casa-tenda proposto da Workley K. Wong e John Carden Campbell per la Leisure House. È una casa in legno multifunzionale, dotata di alta classe energetica e certificazione anti-sismica, progettata dall’architetto italiano Renato Vidal con il produttore abruzzese Area Legno. Rapidità nel montaggio e nello smontaggio, versatilità e trasportabilità sono i temi chiave del progetto. Le strutture MADi non consumano territorio perché non necessitano di fondazioni e, dopo l’uso, possono essere ripiegate e trasferite in altro luogo o semplicemente impilate in un deposito, pronte per un nuovo utilizzo; l’ancoraggio è comunque assicurato da un innovativo, invisibile ed ecologico sistema di fondazione a vite. La struttura del modulo è realizzata con profili e tubi in acciaio e particolari cerniere che garantiscono il movimento di apertura e chiusura. Le chiusure orizzontali di copertura sono ottenute con pannelli Xlam, ossia pannelli di legno massiccio a strati incrociati, impermeabilizzati e isolati termicamente, mentre le pareti frontali sono composte da una struttura a telaio coibentata con lana di roccia ad alta densità e rivestite esternamente in legno.