IL MARMO

Partenone (Atene, Grecia, V secolo a.C.)

Il Partenone è l’edificio simbolo di Atene, la capitale della Grecia, ed uno degli edifici più iconici della storia dell’architettura mondiale. È il più famoso re-perto dell’antica Grecia ed è interamente costituito, sia nella struttura che nelle decorazioni (celebri i panneggi di Fidia), da un unico materiale: il marmo pentelico. Fu costruito fra la metà del V secolo e il 432 a.C. dagli architetti Callicrate e Ictino e sorge in cima a una collina alta 156 metri, che lo rende visibile a diversi chilometri di distanza. Il nome “Partenone” si riferisce all’epiteto parthenos della dea Atena, che indica il suo stato di nubile e vergine, oltre a evocare il mito della sua nascita, per partenogenesi, dal capo di Zeus.

B.B.P.R.
NEGOZIO OLIVETTI
584 FIFTH AVENUE, NEW YORK, USA 1954 

Adriano Olivetti (1901–1960) è stato uno dei committenti più colti e sensibili non solo del design ma anche dell’architettura italiana del Novecento. I siti produttivi della Olivetti sono stati progettati da Luigi Cosenza, Luigi Figini e Gino Pollini, Ignazio Gardella, Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Eduardo Vittoria, Marco Zanuso, solo per citarne alcuni. Tre negozi Olivetti realizzati negli anni Cinquanta, inoltre, rappresentano una delle vette più alte mai raggiunte nel campo della progettazione di spazi per la vendita. Più ancora del celebre showroom veneziano di piazza San Marco (Carlo Scarpa, 1957–1958) e dell’ottimo negozio parigino in rue du Faubourg Saint-Honoré (Franco Albini e Franca Helg, 1958–1959), è il punto vendita sulla Fifth Avenue di New York, completato dallo studio B.B.P.R. nel 1954, a sorprendere per l’originalità della sua configurazione e per la ricchezza dei suoi materiali. All’epoca Olivetti era un marchio in ascesa sul mercato americano, dove veniva ormai riconosciuto come un’eccellenza italiana. Il merito era stato anche della piccola mostra organizzata al MoMA nel 1953, Olivetti: Design in Industry, che aveva di fatto elevato le macchine da scrivere del marchio d’Ivrea da semplici prodotti a preziosi oggetti di design d’autore. Il negozio di New York è la lussuosissima coreografia per la messa in scena di una sintesi possibile tra la dimensione industriale e quella artistica. Protagonista assoluto è il piano di calpestio interamente realizzato in marmo verde picchiettato. È un suolo dalla morfologia complessa, da cui emergono morbide stalagmiti, dove le “macchine” Olivetti sono sospese come sculture contemporanee ad alta tecnologia. Il filo dell’unica vetrina arretra rispetto al marciapiede, ma il marmo verde prosegue fino a sfiorare lo spazio pubblico. Si crea così uno spazio ibrido, sospeso tra interno ed esterno, dove una mac-china da scrivere è messa liberamente a disposizione dei passanti, con un esperimento geniale e precursore di forme ben più spinte d’interattività commerciale. Infine, un’intera parete del negozio è occupata da un colossale bassorilievo di Costantino Nivola, artista di origine sarda ma che in quegli anni si era già trasferito a Long Island. Gli 80 metri quadri di questa scultura murale, con il trattamento del suolo, le tante lampade in vetro di Murano e i dettagli in marmo rosa di Candoglia, testimoniano energie e capitali investiti da Olivetti nello showroom newyorkese, testa di ponte di uno sbarco che si sperava massiccio sul mercato americano. Questo interno eccezionale ebbe vita breve: fu smantellato già nei primi anni Settanta, quando Olivetti si trasferì nella vicina Park Avenue.

MARMI CONTEMPORANEI

di Valentina Silvestrini


Fala atelier, KAAN Architecten, Snøetta sono fra gli studi di architettura che hanno scelto di adottare il marmo nei loro interventi contemporanei. Testimoniando la versatilità e po-tenza espressiva di un materiale che ha sedotto generazioni di artisti e progettisti.

21st-century museum exhibition hall – Foto: Stijn Bollaert

Casa in Rua do Paraíso, facciata esterna, Porto – Fonte: Fala Atelier

Loenen Pavilion, KAAN Architecten – Foto: Simone Bossi

Ancestrale, nobile, irriproducibile. Fin dai tempi più remoti, il marmo ha dimostrato di possedere i requisiti per distinguersi fra i materiali disponibili all'uomo, in particolare tra le pietre naturali, divenendo un fedele alleato della progettazione architettonica e della produzione artistica. Attraversando strade e piazze, in Italia e all’estero, osservando le facciate di edifici pubblici o privati, varcando la soglia di dimore signorili, contemplando le collezioni scultoree esposte in musei e gallerie d’arte, si possono identificare alcune delle forme in cui questa duratura relazione si è espressa. Dal greco antico μάρμαρος (márm-aros), la “pietra splendente” generosamente messa da Madre Terra nelle mani degli uomini ha sedotto l’architettura e l’arte per secoli. Indifferente ai confini geografici, impassibile al fluire delle epoche storiche, alla transitorietà degli stili e alla volubilità del gusto, nell’immaginario collettivo il marmo è da sempre associato ai concetti di qualità e di bellezza. Una percezione propria non solo delle civiltà dell’area mediterranea, cui spetta il privilegio di possedere e gestire alcune fra le cave più note a livello globale. Ovunque, infatti, al marmo sono state associate proprietà aggiuntive, destinate a sommarsi alle prestazioni tecniche. È il caso di quel peculiare “potenzia-le comunicativo” che, quasi in un rapporto di reciproca esaltazione, solo la creatività umana si è rivelata capace di cogliere, per poterlo sprigionare con forza e poesia. Il marmo è così divenuto sinonimo per antonomasia di monumentalità e di prestigio: un unicum nel panorama delle risorse naturali, celebrato da realizzazioni che non è azzardato definire iconiche. Dall’imponente David, scolpito da Michelangelo nel mar-mo estratto dalle Alpi Apuane, fino al Tāj Maḥal di Agra, in cui le varietà marmoree indiane sono affiancate a pietre preziose, le testimonianze dell’alta considerazione conquistata in tutto il mondo da questo materiale sfuggono a un conteggio preciso. All’origine di tale condizione c’è la composizione del materiale. Dal punto di vista litografico, si definiscono marmi quelle rocce calcaree che acquisiscono una struttura cristallina, con grana di dimensione e aspetto eterogenei, al verificarsi di specifici processi metamorfici. È poi al loro elemento costitutivo basilare, la calcite, che i mar-mi devono la capacità di “attivarsi” agli stimoli luminosi: un’attitudine che deriva dal basso indice di rifrazione della calcite stessa. La luminosità risulta più spiccata nelle varianti bianche e pure, come il celeberrimo marmo di Carrara, mentre all’eventuale presenza di altre sostanze, e alla loro distribuzione interna – con maggiore o minore omogeneità –, si devono le variazioni cromatiche e l’aspetto venato. Nel complesso il risultato è una gamma di alternative che ha contribuito a rendere imprescindibile il ruolo del marmo nella storia dell’arte, delle costruzioni e dell’edilizia: provando ad analizzare i lasciti della civiltà occidentale, relativi alle diverse fasi storiche, non sarebbe difficile identificare per ciascuna edifici, monumenti commemorativi o cele-brativi, e interventi nello spazio pubblico realizzati in marmo e pervenuti fino a noi. Non solo: lo studio di marmi antichi continua a fornire preziose informazioni sulle tecniche scultoree e sul lessico architettonico del passato, in un intreccio di età e cul-ture reso ancora più affascinante dalla pratica del reimpiego del patrimonio materiale ereditato dalle generazioni precedenti. 
Concentrando l’attenzione sull’epoca contemporanea, si rileva con immediatezza co-me l’attrazione verso il marmo non si sia arrestata, né la sua reputazione abbia subito profonde mutazioni. Anzi, negli ultimi decenni nuovi processi e applicazioni stanno rivelando inedite declinazioni espressive del marmo, che potrebbero contribuire ad accrescere la consapevolezza della sua versatilità. Il rapporto tra materiali lapidei e design, per esempio, è ampiamente indagato dalla produzione contemporanea, an-che per effetto delle innovazioni introdotte, dalla seconda metà del Novecento in poi, nelle tecniche di lavorazione. Sembra così configurarsi l’occasione per rimodulare il destino di un materiale a lungo percepito esclusivamente come “alto”, inviolabile, da riservare solo a interventi “degni”. Gli eventi di settore, come le fiere internazionali dedicate a questo comparto, si traducono spesso nell’occasione per presentare corag-giose e intelligenti sperimentazioni: si tratta di percorsi di ricerca nei quali i proget-tisti vengono incoraggiati a scardinare i più consolidati valori associati al marmo, facendo largo a un’idea di leggerezza e perfino di flessibilità, sempre nel rispetto delle caratteristiche distintive della materia. Nel 2008, la Triennale di Milano ha ospitato la mostra temporanea La leggerezza del marmo. Promosso da Marmomacc – fra le più importanti fiere mondiali dedicate alla filiera della produzione litica, organizzata nella città di Verona –, il progetto espositivo ha riunito i prototipi di nove architet-ti – Kengo Kuma, Michele De Lucchi e Riccardo Blumer, fra gli invitati – che per altrettante aziende del comparto avevano accettato di esplorare il tema della smate-rializzazione del marmo. Quasi un ossimoro. Accanto a esperienze di questa natura e al lavoro di autori come Paolo Ulian – originario di Massa Carrara, fin dagli anni Novanta ha intrapreso un percorso di ricerca attento ai limiti intrinsechi del marmo, occupandosi anche di questioni oggi cruciali, come il riutilizzo degli scarti e l’otti-mizzazione del processo produttivo –, a restituire il quadro della situazione attuale è l’analisi dell’andamento del settore. Secondo dati diffusi dalla sede di Miami di Ita - Italian Trade Agency, nell’anno 2018 la produzione mondiale lorda di materiali lapidei aveva raggiunto quota 313 milioni di tonnellate; al netto degli scarti di estra-zione e lavorazione, il totale si era attestato a circa 90 milioni di tonnellate. A livello globale, a guidare la lista dei produttori era la Cina: nel 2018, i 48 milioni di ton-nellate di materiali estratti nel Paese asiatico rappresentavano il 31,4% del mercato mondiale. Si piazzavano rispettivamente al secondo e al terzo posto India e Turchia, attestandosi su quote pari a 17% e 7,8%. Considerati complessivamente, questi tre Paesi rappresentano oltre il 56% della produzione globale. L’Italia occupava il sesto posto – con 6 milioni di tonnellate –, preceduta da Iran e Brasile. 
Occorre dunque chiedersi: come si alimenta nel mondo la domanda di pietre e di marmi? Nel caso di quest’ultimo, in particolare, nonostante la maggiore competitività a livello economico di altri materiali da costruzione, il suo uso nell’edilizia continua a essere rilevante. Merito della possibilità di impiegarlo dalla grande scala dei rive-timenti per le facciate a quella più contenuta delle pavimentazioni, come elemento essenziale degli arredi urbani, per adempiere a scopi decorativi o di finitura, ma anche nel mondo dell’arredo e degli accessori decor, che negli ultimi anni si è popolato persino di lampade con paralume marmoreo translucido. 
A ispirare il ricorso al marmo sono anche le soluzioni d’autore messe a punto da riconosciuti studi di architettura e da voci emergenti della disciplina. È questo il caso dei portoghesi di Fala Atelier, che in meno di dieci anni dalla fondazione del proprio ufficio – avvenuta nel 2013 – si sono fatti strada sulle più prestigiose pubblicazioni internazionali, in accreditati eventi di settore, nei principali atenei e, non da ultimo, online; in rete i loro collage, basici e di immediata decifrazione, hanno contribuito ad archiviare la stagione dei render fotorealistici. Il merito dell’ascesa degli architetti Filipe Magalhães, Ana Luisa Soares e Ahmed Belkhodja va indubbiamente ai loro progetti, nei quali l’adozione di pietre naturali e di marmo è frequente e appare co-me l’esito di un processo compositivo quasi maniacale. Geometricamente applicate all’esterno, come nel caso della facciata-pattern di Casa in Rua do Paraíso, a Porto, o associate a materie meno nobili in attraenti mix negli interni domestici, queste pregiate presenze rimandano a un’estetica postmoderna, reinterpretata con apparente disinvoltura, ma in realtà figlia di un estremo controllo formale. 
Nel progetto della pluripremiata Norwegian National Opera and Ballet, ultimata nel 2008 e ormai considerata un’icona di Oslo, lo studio norvegese Snøetta ha dato vita a “un’architettura-paesaggio”; al marmo è stata attribuita una funzione fondamentale. Il ricorso a pietre naturali di provenienza scandinava e al marmo italiano, che insieme al legno e al metallo forma l’abaco dei materiali della struttura, diventa funzionale sia a definire il rivestimento esterno dello scultoreo edificio, e dunque la sua riconoscibilità urbana, sia a renderlo uno “spazio pubblico” attraversabile. Un sistema di piani inclinati, intervallati da vetrate e percorribili a piedi, connette infatti la piazza pubblica alla copertura, dalla quale si può contemplare lo skyline e il fiordo circostante. Con sede a Londra, lo studio Stanton Williams si è aggiudicato nell’autunno 2009 il concorso internazionale per la trasformazione e l’ampliamento del Musée des Beaux-Arts di Nantes, in Francia. Ultimato dopo sei anni di lavori, l’intervento ha inciso nella canonica percezione dell’istituzione museale, favorendo il passaggio da una visione introversa della stessa a una sua permeabilità verso le dinamiche urbane. Un obiettivo conseguito con una strategia complessa, che nell’estensione ha previsto aperture su strada e una facciata in marmo portoghese traslucido che “accende” l’edificio nelle ore serali. 
Robusta è l’esperienza maturata con le pietre e i marmi dello studio di architettura olandese KAAN Architecten. A confermarla ci sono progetti come il Netherlands War Graves Foundation di Loenen, il padiglione minimale eretto per commemora-re le vittime olandesi della Seconda guerra mondiale e dei conflitti internazionali, immerso tra gli alberi, e l’intervento in corso di ultimazione nel Royal Museum of Fine Arts, ad Anversa. Il programma ha previsto la ristrutturazione completa dello storico museo, la cui collezione abbraccia sette secoli di produzione artistica – dai fiamminghi al Novecento –, e la costruzione di una nuova estensione. Non percepibile dall’esterno dell’edificio, che continua a mantenere inalterata la propria monumentalità, l’ampliamento si svela agli occhi dei visitatori solo percorrendo gli spazi interni. A “segnalare” l’estensione, come fossero indizi da scoprire passo dopo passo, gli architetti hanno previsto sofisticati inserti marmorei, evocazione della ricercata materialità della struttura storica. 
Ha scelto di inserire nel proprio vocabolario architettonico anche pietre e marmi l’architetto genovese Renzo Piano. Realizzato tra il 2009 e il 2015, il vasto complesso del Valletta City Gate di Malta sposa l’identità materica e cromatica del centro storico della capitale isolana ricorrendo alla medesima pietra del circuito murario e dei circostanti edifici antichi. A spezzare ogni possibilità di mimesi, collocando l’intervento perfettamente nella sua epoca, sono le funzioni affidate al rivestimento lapideo. Le lastre esterne non definiscono, semplicemente, la “pelle” di protezione dell’edificio: contribuiscono al controllo climatico degli interni e alla gestione dell’ingresso della luce naturale. In un’ideale fusione tra architettura e scultura, la pietra esterna, che è stata parzialmente erosa da una macchina a controllo numerico, trasforma la facciata in un “dispositivo attivo”, capace di filtrare le radiazioni solari. Un esempio di “sconfinamento” fra le pratiche e le discipline, che dimostra quanto le pietre naturali e i marmi continueranno a sostenere la progettazione umana anche nei decenni a venire.

BELLISSIMO MARMO

Intervista a Edoardo Bonaspetti
Direttore artistico della Fondazione Henraux
di Serena Scarpello

Neïl Beloufa, The Moral of the Story, 2021 (dettaglio) – Foto: Nicola Gnes
Fonte: courtesy dell’artista e Fondazione Henraux

Neïl Beloufa, The Moral of the Story, 2021 (dettaglio) – Foto: Nicola Gnes
Fonte: courtesy dell’artista e Fondazione Henraux

 Cave Henraux, Monte Altissimo, Seravezza (LU) – Foto: Nicola Gnesi

Non è facile ricordare tutte le cose che fa bene Edoardo: solo negli ultimi anni ha fondato una nuova casa editrice che pubblica libri d’arte con un approccio interdisciplinare, “Lenz”; una galleria a Milano (insieme a Stefan Cernuschi e che si avvale del contributo di Massimo Giorgetti), “Ordet”, le cui mostre sono sempre acclamate dalla critica; e nel 2018 è diventato di-rettore artistico della storica Fondazione Henraux di cui mi ha parlato in questa intervista. Nel corso dei lunghi lockdown ci siamo incontrati spesso, in Galleria – nei rari momenti di apertura consentita – o semplicemente in giro, abitando la stessa zona. Ed è proprio in questi ultimi mesi che ho avuto modo di confermare quanto ho sempre pensato: anche con il mondo fermo, Edoardo non ha mai smesso di creare, cercare stimoli, inventarseli quando non ce ne erano, andare oltre lo sguardo comune. E sono queste caratteristiche che lo spingono, tra le altre cose, a sperimentare i modi infiniti di trattare una pietra bellissima e apparentemente intoccabile come il marmo.

Come nasce la Fondazione Henraux?

La Fondazione nasce nel 2011 per volontà di Paolo Carli, Presidente della Henraux Spa, società leader nel campo dell’escavazione e della lavorazione del marmo. Quest’anno l’azienda compie 200 anni di attività e l’impe-gno nel settore culturale e artistico ha sempre caratterizzato la sua lunga storia. Le sue cave sul monte Altissimo nell’Al-ta Versilia sono state aperte all’inizio del Cinquecento da Michelangelo, nell’Ottocento Henraux collabora con artisti del calibro di Rodin e nella seconda metà del Novecento avvia un sodalizio con Henry Moore, lavora con Hans Harp, Joan Mirò, Vantongerloo, lsamu Noguchi, Antoine Poncet e Emile Gilioli. La Fondazione è stata costituita in questo solco, con il compito di valorizzare la tradizione e la lavorazione del marmo nei diversi ambiti delle arti visive. Le iniziative sono rivolte all’innovazione e alla sperimen-tazione artistica e tecnologica, oltre che alla conservazione di un patrimonio storico e culturale unico.

Cosa hai portato di tuo e in che modo la tua esperienza nel mondo dell’arte internazionale influisce nel tuo lavoro con la Fondazione?

Le attività della Fondazione si sviluppano lungo due linee guida. Da una lato collaboriamo con prestigiose istituzioni italiane e internazionali che intendano realizzare opere in marmo; dall’altro supportiamo artisti nella realizzazione di progetti cha nascono direttamente dalla Fondazione. È essenziale per noi sostenere le ricerche attorno alle potenzialità del marmo e avvicinare quante più persone a pratiche artistiche contemporanee. Per esempio abbiamo partecipato alla produzione di un’importante installazione in marmo della giovane artista americana Hannah Levy, inaugurata a fine aprile nel parco sopraelevato della High Line di New York. Le collaborazioni sono spesso seguite da acquisizioni che arricchiscono la Collezione Henraux, che dal prossimo anno sarà accessibile al pubblico in occasione dell’apertura di uno spazio espositivo presso gli stabilimenti di Querceta, sede storica dell’azienda. Lo spazio ospiterà opere storiche e contemporanee, l’archivio e mostre temporanee. 

A cosa state lavorando in questo momento?

Fino al 20 settembre presentiamo a Milano The Moral of the Story dell’artista franco-algerino Neïl Beloufa. Il pro-getto è concepito per l’anfiteatro di Apple Piazza Liberty ed è composto da quattro installazioni decorate con bassorilievi e intarsi di marmi policromi che raffigurano i capitoli di una favola scritta dall’artista. L’intervento, in una delle piazze del centro della città che ha cambiato volto in mo-do più sensibile negli ultimi anni, porta avanti la ricerca di Beloufa verso un linguaggio stratificato, la sua attenzione alla sperimentazione tecnologica e la costruzione di ambienti immersivi. La scelta di realizzare delle sedute come elementi di arredo urbano per narrare una favola fa perno sulle strategie dell’intrattenimento per alterare le relazioni tra oggetto e opera, tra artista e pubblico. Gli spettatori possono rapportarsi liberamente alle sculture e rintraccia-re le disavventure dei protagonisti sulle superfici marmo-ree delle postazioni, disposte in ordine non cronologico. L’esito è un gioco tra realtà e finzione in cui è il visitatore stesso a connettere forme, storie e idee. I capitoli della sto-ria possono essere esplorati anche attraverso smartphone, grazie a QRcode che rimandano a una voce narrante e il-lustrazioni. Le opere sono state prodotte da Henraux con avanzate tecnologie di lavorazione 3D e rifinite a mano da abili maestranze.

Invece con Fondazione Furla?

Si tratta di una partnership per la prima mostra italiana di Nairy Baghramian, a cura di Bruna Roccasalva, presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano. L’esposizione, intitolata Misfits e visitabile fino al 26 settembre, segna un ulteriore passo nell’esplorazione dell’artista dei rapporti tra architettura e oggetto, tra forma scultorea e corpo umano. La Fondazione ha prodotto una serie di sculture in marmo di grandi dimensioni installate negli spazi esterni e interni del museo. Le opere, in Bianco e Versilys dell’Altissimo, Rosa Norvegia, Rosa California e Verde Guatemala, sono state realizzare in stretta collaborazione con l’artista. È una gratificazione speciale che Baghramian si sia confrontata per la prima volta con il marmo attraverso Henraux.

Il marmo è un materiale storico che è stato utilizzato sia nel campo artistico che in quello urbanistico in infinite modalità. In che modo renderlo sempre attuale? Come sperimentare?

Le proprietà di questa materia sono legate ad ambiti di pensiero e di creazione innovativi, e c’è ancora molto potenziale da esprimere. Gli artisti con cui collaboriamo han-no l’opportunità di confrontarsi con una realtà produttiva unica, che coniuga cultura digitale e valori di maestranze secolari. Spesso partecipano a tutte le fasi della lavorazione che trasforma la materia prima nel prodotto finito. È un processo di contaminazione anche per l’azienda che testa applicazioni, modelli e competenze con visioni originali.  Naturalmente un nuovo slancio è stato dato anche dall’impiego di tecnologie a controllo numerico, che ha permesso di produrre opere fino a qualche anno fa irrealizzabili e allo stesso tempo di avvicinare persone che non avevano formazione e conoscenze tecniche nel settore. Oggi è sufficiente una scansione o un rendering digitale per dar forma a una scultura nei minimi dettagli. Ci appassiona collaborare an-che con artisti che non hanno mai lavorato il marmo ma possono spingere l’evoluzione della ricerca verso percorsi emozionanti, arricchendo la filiera produttiva. È successo con Diego Marcon, per il quale abbiamo prodotto Ludwig materializzando in marmo un bambino creato attraverso un modello 3D e protagonista dell’omonimico video in Cgi premiato al Premio Maxxi-Bulgari, o con Jon Rafman, artista che da anni realizza video e opere digitali, con cui abbiamo realizzato due grandi sculture pubbliche installate nel centro di Montreal, in Canada.

Credi che il marmo nell’architettura e nell’urbanistica non sia utilizzato abbastanza (magari per via dei costi stessi del materiale) ma che si possa fare di più?

Si, certamente, in particolar modo a livello nazionale. Il costo è un aspetto marginale, quello che influenza maggiormente la scelta di utilizzare il marmo nell’edilizia e nell’urbanistica è più una questione culturale e di sensibilità estetica. La maggior parte della produzione di Henraux è destinata all’export, mentre in Italia il marmo è un materiale relativamente poco utilizzato dal secondo dopoguerra, nonostante il nostro prodotto sia apprezzato e richiesto in tutto il mondo. Architetti e designer stranieri sono affascinati dalle potenzialità plastiche e cromatiche di questo materiale. Personalmente ci terrei che questa tendenza si invertisse e che si tornasse a valorizzare quello che è parte della storia architettonica e culturale del nostro Paese, basti pensare all’utilizzo del Travertino di Tivoli a Roma, quel-lo che è stato costruito con il Botticino lombardo o con il Bianco dell’Altissimo dalla Toscana.

Ci sono progetti realizzati con il marmo che, nel passato come nel presente, ti hanno appassionato in modo particolare o in qualche modo significano qualcosa per te?

Il primo progetto che mi ha coinvolto in Fondazione è stata una grande installazione di Jenny Holzer, realizzata in occasione della sua personale alla Gamec di Bergamo, nel 2019. Il lavoro era composto da nove panchine in marmo disposte in cerchio nella penombra della Sala delle Capriate, a Palazzo della Ragione. Su ogni panchina erano incisi pensieri e versi di poetesse e scrittori che trattano temi come identità e genere, questioni di appartenenza ed esclusione. Holzer come Louise Bourgeois e Jean (Hans) Arp, Henry Moore e Carl Andre o Brice Marden, sono solo alcuni de-gli artisti che amo e che hanno esplorato le potenzialità e il fascino permanente del marmo, un materiale le cui prime lavorazioni risalgono a figure rituali nel Neolitico, passando per la statuaria classica e rinascimentale per arrivare alla scultura del XX secolo e contemporanea.