MILANO E LE VISIONI 
URBANE PER IL FUTURO

di Luca Molinari
Università degli Studi di Napoli


In questo ultimo biennio Milano ha dato chiari segnali di voler imprimere un’ulteriore svolta nella propria politica urbana puntando su alcuni elementi chiave come una sostenibilità diffusa, un lavoro attento sulle fasce periferiche, la revisione del piano infrastrutturale e un aumento decisivo di una qualità urbana diffusa, dimostrando di essere uno dei laboratori urbani più interessanti sulla scena continentale. 
Ma è indubbio che quello che è avvenuto nei primi mesi del 2020 nel nostro territorio e nel mondo intero non possa fare altro che aumentare la determinazione a lavorare su modelli capaci di segnare con maggiore radicalità il carattere di Milano per i prossimi decenni.
Perché la sfida per le metropoli avanzate ed ambiziose di individuare obbiettivi utili per le nostre comunità future non può limitarsi ad operazioni di ritocco e piccolo cabotaggio, ma deve essere capace di rispondere alle aspettative urgenti che un mondo in profonda metamorfosi sta vivendo, generando desideri ed aspettative che non possono essere disattese. Nel caso di Milano le Olimpiadi Invernali del 2026 rappresentano un altro motore di prospettiva fondamentale per dare alle politiche urbane una prospettiva lunga ed insieme una visione culturale innovativa.
Guardando alla capitale lombarda e confrontando le sue sfide con i caratteri strategici di altre grandi città nel mondo, possiamo identificare una serie di elementi comuni che rappresenta-no lo scenario entro cui muoversi e concentrare le energie necessarie al cambiamento, mantenendo sullo sfondo l’Agenda 2030 e i suoi imprescindibili diciassette punti per uno sviluppo sostenibile e solidale del Pianeta.
Uno dei nodi centrali per Milano, come per molte città postindustriali, è quello della riforma radicale dei suoi nodi infrastrutturali, rappresentata dagli scali ferroviari o da centri di collegamento ferro/terra prossimi al centro cittadino e con un grande valore strategico. 
In una prospettiva che tenderà a ridurre progressivamente il traffico su gomma lavorando a un’offerta delle reti di mobilità e spostamento sempre più interfacciate e flessibili tra di loro, la scommessa degli ex scali ferroviari e delle loro stazioni acquisirà un valore strategico e simbolico sempre più rilevante per il futuro delle città. Una serie di esperienze parallele in fase di attuazione tra Stati Uniti e Nord Europa ci dice che la prospettiva va nella direzione di una densificazione degli interventi architettonici possibilmente in altezza o nel riuso del patrimonio esistente, per dare più spazio possibile a polmoni verdi che abbiano la possibilità di accogliere funzioni sociali leggere e diversificate nell’uso. Non si tratta di replicare il modello di Central Park, ma d’immaginare infrastrutture paesaggistiche

complesse in cui al tempo libero e alla cura del corpo si possano integrare aree per start up, spazi per la formazione, centri comunitari ed aree a destinazione agricola e produttiva locale. Il modello da superare definitivamente è quello di una metro-poli costruita per funzioni separate tra di loro nel tempo e nello spazio d’uso. Il modello a cui tendere, invece, è quello di tipo ibrido, flessibile, aperto all’uso di comunità fluide differenti nei diversi tempi della giornata e delle stagioni.
Questo vuole dire ripensare le scuole, gli impianti per lo sport e la salute, le istituzioni culturali e commerciali come se fossero tutte parti di una visione unica, circolare, aperta e sostenibile che riduca gli sprechi di spazio ed energie per lavorare in maniera intelligente sulle risorse che già esistono nelle nostre città.
Il modello di rigenerazione ecologica di una metropoli parte da questa prospettiva, puntando al superamento della visione duale tra città di pietra e quella vegetale e guardando a modelli di sostenibilità diffusa.
Uno dei grandi temi che le città si troveranno ad affrontare è il ripensamento radicale del proprio patrimonio immobiliare del-la fascia periferica, costruito negli Anni ’70 con l’uso pesante della prefabbricazione e oggi fortemente energivoro. Le crisi sociali di questi ultimi anni ci dicono che le periferie sono un laboratorio obbligato per quelle amministrazioni che vorranno fare crescere in maniera equa e solidale tutta la propria comunità, evitando così conflitti e rotture sociali drammatiche. Le grandi metropoli lavoreranno sempre più non per allargare a dismisura i propri confini quanto per ripensare il patrimonio edilizio esistente, lavorando per densificazioni e sostituzioni edilizie, mentre sarà interessante vedere la possibilità di ripensare il proprio territorio metropolitano vasto rafforzando le connessioni leggere, un sistema ambientale diffuso e una rete di servizi, formazione e commercio più capillare con funzioni ed usi diversificati capaci di generare micro-centralità riconoscibili diffuse nel territorio.
La sfida di una sostenibilità sociale, ecologica ed energetica diffusa, il ripensamento della mobilità e dei suoi snodi, la lotta alle disuguaglianze, la possibilità di ripensare nell’uso quotidiano il patrimonio pubblico esistente e il rinnovamento qualitativo e ambientale del patrimonio residenziale rappresentano per Milano una sfida progettuale e politica fondamentale perché si possa definitivamente completare quella lenta metamorfosi che, da città industriale, la porterà ad essere uno dei centri evoluti del sistema urbano europeo.