DOVE SI E' FATTA LA CULTURA

di Davide Mosca

Da Totò ad Andrea Pinketts, attraversando balere, filovie e parchi: Milano è stata il luogo preferito di molti artisti che ne hanno fatto la scenografia preferita delle loro opere (e della loro vita).

Milano è la città di chi arriva. Ci arrivano Totò e Peppino alla ricerca della malafemmina, e del nipote malandrino, nel quasi omonimo film del 1956. Ci arrivano vestiti da cosacchi, nonostante la sfavillante primavera, convinti di ritrovarsi in una metropoli dal clima russo e dai modi tedeschi, una città dove la nebbia c’è anche se non si vede e le persone non parlano l’italiano nonostante lo siano. La celebre domanda all’igna-ro vigile «Excuse me… bittescèn, noyo volevàn savuàr l’indiriss… ja», rivela tra le righe l’idea, più o meno inconsapevole ma consolidata, dell’internazionalismo del capoluogo lombardo. La risposta del vigile sarà però in meneghino, ulteriore segno di contraddizione. 
A Milano, e più precisamente alla Bovisa, ci arrivano pure Rocco e i suoi fratelli, nel film del 1960 di Luchino Visconti. Alla morte del padre, quattro fratelli lucani insieme alla madre si trasferiscono al Nord per ricongiungersi con il fratello mag-giore ed iniziare una nuova vita. Qualcuno la troverà, qualcuno la perderà. Storia di emigrazione e di realizzazione negli anni del boom economico, racconta l’intreccio tra i cambiamenti sociali della città e quelli psicologici dei personaggi. Due dei fratelli si innamorano della stessa donna e per una serie di ragioni finiscono entrambi per intraprendere la carriera pugilistica, seppure con risultati diversi, e per incrociare i guantoni anche nella vita. 
Buona parte delle riprese si svolse nella palestra di via Bellezza, oggi sede dell’Arci Bellezza, a due passi dall’università Bocconi e dal parco Ravizza. Il locale è una delle isole più significative di quell’arcipelago meneghino di ritrovi popolari – di cui fanno parte per esempio il Circolo Ex combattenti e reduci di Porta Volta, la Bocciofila di Villapizzone, la Balera dell’Ortica, Sala Venezia presso l’omonima porta, la Trattoria da Lina Orsolina dietro Conca del Naviglio – che rappresentano il crocevia dei mi-lanesi di ogni estrazione sociale, dove il pensionato balla con la regista acclamata, o l’aspirante scrittore siede al tavolo con chi possiede la casa editrice. 
Il film di Visconti si ispirò ai racconti di Giovanni Testori, autore che dedicò al capo-luogo lombardo un intero ciclo di opere, I segreti di Milano, composto da Il ponte del-la Ghisolfa, La Gilda del Mac Mahon, La Maria Brasca, L’Arialda e Il Fabbricone, ciclo a cui si può ascrivere anche il postumo Nebbia al Giambellino. Fu un cantore delle periferie, lui che proveniva da Novate Milanese, parte di quella cintura di comu-ni popolosi, spesso dai nomi bizzarri, che stringe da ogni parte Milano, città concen-trica per eccellenza, con la cerchia dei bastioni, le tre circonvallazioni, le tangenziali e appunto l’hinterland, da cui in qualche modo si arrivava in centro, mentre nelle pe-riferie si rimaneva, almeno in quegli anni. 
Sono state le mie prime zone milanesi, vivevo a due passi da MacMahon – perché a Milano i nomi vorranno pure gli articoli ma non i toponimi –, prendevo il pigro e sferragliante tram 1 per il centro, andavo a correre al parco di Quarto Oggiaro o al Trenno, passeggiavo all’ombra del gasometro, frequentavo la Triennale Bovisa che, nata per riqualificare Villapizzone, resistette appena una manciata d’anni, prima di diventare uno spiazzo abbandonato da riqualificare a sua volta. 

Le persone del quartiere mi raccontavano delle retate della polizia e degli anni duri del passato, gli stessi in cui Ferdinando di Leo girò la Trilogia del milieu, tra cui spicca Milano Calibro 9 (1972), film di genere noir, o polizziottesco, a cui si ispirò niente meno che Quentin Tarantino. A sua volta Di Leo aveva attinto a piene mani dai libri di Giorgio Scerbanenco, tra i più milanesi degli scrittori non milanesi, lui che era nato a Kiev e che in città c’era arrivato per lavorare e lavorare sodo, in perfetto stile locale. Per ben altri motivi in città ci arriva il protagonista della Vita agra, che lascia moglie e figlioletto in Toscana e si trasferisce nel capoluogo meneghino per far esplodere un grattacielo, e vendicare così i minatori morti in un incidente causato dalla scarsa sicurezza sul lavoro e dall’ansia di profitto dei padroni lombardi. Desisterà e finirà per muoversi in bilico tra il desiderio di far saltare il sistema e quello di integrarsi. L’odio si mischia fatalmente all’amore, come quando esplorando Brera non può che definirla con trasporto una piccola Montmartre. Aveva seguito gli stessi passi l’autore del romanzo, il toscano Luciano Bianciardi: «Anziché mandarmi via da Milano a calci in culo, come meritavo, mi invitano a casa loro», ebbe a dire una volta, per sottolineare un certo potere di Milano di tenere legati a sé perfino i più critici, contraddizione nella contraddizione. La chiusura del cerchio è ancora più evidente nell’omonimo film (1964) di Carlo Lizzani, in cui Ugo Tognazzi finisce per far carriera proprio in quel “Torracchione” che era venuto a far esplodere. 
Sempre a Brera aveva scelto di abitare la piemontese Lalla Romana, che ambienta nei noti quartieri milanesi parti del suo Le parole tra noi leggere, premio Strega 1969, in cui racconta del rapporto travagliato con il figlio, per cui Cuneo rappresenta gli anni della libertà e Milano il mondo degli adulti, con tutti i suoi inevitabili conflitti. A Milano c’era arrivato pure il siciliano Elio Vittorini, che gli dedicò Uomini e no, romanzo ambientato nella città occupata dai nazisti, prima opera a raccontare la Resistenza italiana. «L’inverno del ’44 è stato a Milano il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: “Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite”». 
A questo incipit fa eco un passo di Un amore, romanzo capitale di Dino Buzzati, un altro che a Milano c’era arrivato: «Era una delle tante giornate grigie di Milano però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse». Al di là delle ossessioni meteorologiche di registi e scrittori piovuti a Milano, in quasi tutte le opere più significative restano sempre centrali i conflitti verso i valori, o disvalori, che la metropoli incarna più di ogni altra città italiana, e con cui è impossibile non fare i conti. 
Città di cerchi, di pendolarismi perpetui, di periferie, Milano è perno di continui movimenti centripeti e centrifughi. Dalle periferie al Duomo si muove anche la linea narrativa di Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, ma con unʼulteriore tappa finale, giacché nell’ultima scena i protagonisti spiccano il volo dal sagrato in sella alle scope rubate ai netturbini. L’idea fu poi presa in prestito da Spielberg per ET e da Rowling per Harry Potter, per non parlare di Garcia Marquez che giurava di aver attinto da questa pellicola il realismo magico che l’ha poi reso celebre. 
Sulla direttiva opposta si muove invece Jeanne Moreau – nella Notte (1961) di Antonioni – che nei suoi vagabondaggi esistenziali ed estatici punta verso la periferia, attraversando una città straniante di specchi, acciai, cantieri, dove l’architettura è in diretto e continuo rapporto con la psiche dei personaggi, in un susseguirsi di memorabili inquadrature figlie delle opere di De Chirico e Sironi, altri due che a Milano c’erano arrivati.
Di movimenti cittadini era espertissimo Andrea Pinketts, che in città invece c’era nato e di cui «conosceva i nomi di tutte le vie», e che ogni giorno la percorreva per chilometri a piedi, facendo tappa in vari ritrovi lungo il tragitto, con meta finale il suo amato Trottoir, anche quando il Trottoir si spostò in Darsena, poco distante dalla casa di Alda Merini, la poetessa dei Navigli, di cui il nostro era stato amico e di cui mi parlava volentieri, ogni sera alle sei, perché come ogni vero avventuriero era abitudinario. Sempre di movimenti è fotografo Uliano Lucas, che ha ritratto la Milano delle periferie, degli scontri sociali, dell’immigrazione, ma anche la città dei ritrovi intellettuali, come il bar Jamaica.
Ed è forse nei locali che si perpetua ancora oggi la leggenda narrativa di Milano. Una dozzina di anni fa lavoravo al Saggiatore, in via Melzo. Un paio di portoni accanto si aprivano le due vetrine del bar Picchio, che Picchio non s’era mai chiamato, lo si chiamava così per la marca del caffè che serviva, e alla fine anche i proprietari si era-no abituati a quella metonimia. A un’altra cosa si abituarono poi, alla trasformazione e al successo del proprio bar. All’epoca era famoso per il pranzo, la focaccia pugliese, le mozzarelle in carrozza e altre caloriche leccornie. Aprivano la mattina presto e chiudevano prima di cena, un grande biliardo inutilizzato si portava via una buona porzione del locale, gli arredi risalivano agli Anni ’60. Una sera, alla festa natalizia della casa editrice, finì il vino, e finì che lo comprammo al Picchio che restò aperto oltre il consueto orario ritrovandosi sommerso da una fiumana di persone. Da quel giorno non chiuse più la sera, diventando uno dei locali più affollati della città, capa-ce di riempire l’intera via. C’è almeno un’altra dozzina di leggende su come è nata la favola del Picchio, altrettanto vere, come solo le leggende lo sono, e almeno due o tre provengono da scrittori o sceneggiatori, e allora non finirà presto in qualche opera? Di leggende e molto altro è zeppa l’Adalgisa di Gadda, forse la più importante delle eccezioni, perché il Gran lombardo a Milano c’era nato. A pareggiare i conti resta che il suo romanzo più famoso è invece dedicato a Roma, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, e che l’Adalgisa risale agli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, forse il vero spartiacque per la mitopoiesi cittadina, che da quel momento in avanti sembra diventare appannaggio dei milanesi acquisiti. L’Adalgisa rappresenta invece la Milano del primo Novecento nella sua totalità, un mosaico di frammenti narrativi che scandagliano ogni aspetto, in particolare le donne, vera anima della città. «La forma di una città cambia più presto, ahimé!, che il cuore di un mortale», scrisse Baudelaire citato da Gadda. E noi non ci stanchiamo mai di raccontarlo. ●