100 ANNI, 10 LUOGHI, MILANO

di Enrico Ratto

Dalla Rinascente di Piazza Duomo al “panettone” di Enzo Mari, dal Teatro Armani a Fondazione Prada: dieci luoghi iconici di Milano.

Che cosa permette ad una città di vivere la propria epoca, attraverso le decadi, se non quel continuo gioco tra cultura, impresa e visione del futuro? 
E l’architettura, che dà vita a tutto ciò che ci circonda con elementi che possiamo vedere e percepire senza per forza saperne decodificare i tratti, è lì per condizionare la nostra esistenza.
Così è stato, negli ultimi cento anni, per Milano, città che ha sempre protetto la sua storia senza per questo rinunciare a sostituire il passato con il presente. Cosa rara per le città italiane, dove la tutela del patrimonio è un argomento che vince sempre sull’evoluzione. 
Un buon inizio per ripercorrere gli ultimi cento anni di Milano è, appunto, una ricostruzione. Parliamo della Rinascente di Piazza Duomo. 
Il giorno di Sant’Ambrogio del 1918, i grandi magazzini, dopo vari passaggi di proprietà ed un riposizionamento del marchio coordinato da Gabriele d’Annunzio, aprono in Piazza Duomo e durano solo due settimane. La notte di Natale del 1918 un incendio distrugge l’edificio. Per ricostruirlo, la proprietà impiega ventisette mesi, poco più di due anni. Ci vogliono soldi, prestiti da parte delle banche, ma soprattutto ci vuole la capacità milanese di voler ricominciare in tempi rapidi. L’aneddoto racconta che il proprietario, Senatore Borletti, il giorno dopo l’incendio abbia riunito a tavola la famiglia per una breve comunicazione: la Rinascente è bruciata, domani ricominciamo. Il nuovo edificio è identico al precedente, solo vengono posizionate delle grandi cisterne anti incendio sul tetto. È uno dei simboli della rinascita tra le due guerre, un luogo non solo destinato al commercio, ma nel quale artisti, designer, architetti e stilisti riescono a trovare, durante tutto il ’900, gli strumenti per realizzare il loro talento.
Tra la fine degli Anni ’20 e gli Anni ’30, Milano vive anche una radicale trasformazione urbanistica. Tra le città più continentali d’Italia, veniva definita “la città d’acqua”. La ragione è semplice: i Navigli, che oggi occupano un’area limitata intorno alla cintura sud della città, erano canali a cielo aperto che attraversavano le aree centrali, da Piazza San Marco, in Brera, fino a Porta Genova, circondavano il Castello Sforzesco fino a Piazza Cadorna. Costruiti per ragioni difensive, vengono più volte trasformati, ma è nel 1929 che si decide, con il varo del primo Piano Regolatore di Milano, di coprire gran parte di quei canali. A partire degli Anni ’30, la “fossa interna” non farà più parte del panorama urbano. Vincono le ragioni sanitarie, vince l’evoluzione della città che inizia ad essere percorsa da automobili, vince l’età del traffico. Inizio Anni ’40. Scoppia la Seconda guerra mondiale. La Galleria Vittorio Emanuele è, tra i simboli della città, il più colpito. Il 15 e 16 agosto 1943 i bombardamenti alleati producono ingenti danni alla struttura. La grande via commerciale coperta, dove l’ingegneria della struttura in ferro si è sposata con l’architettura della copertura in vetro, è l’archetipo delle gallerie commerciali nel mondo. Viene restaurata solo nel 1948, tra gli ultimi monumenti simbolo della città ad essere completati dopo i danni della guerra, vittima questa volta di lunghi dibattiti tra politica, progettisti e cittadini. La svolta per Milano, città italiana dell’architettura, avviene negli Anni ’50. I di-battiti non sono più animati solo dalla borghesia cittadina, ma è il mondo che ini-zia ad osservare l’architettura che si fa in città, spesso per replicarla. Qui arrivano i progettisti per scrivere i propri manifesti, statement per la nuova architettura. Gli architetti operano in collaborazione con gli ingegneri, sperimentano l’utilizzo dei materiali per lanciare sfide strutturali. 

Nel pieno centro della città, la Torre Velasca, costruita in soli due anni tra il 1955 ed il 1957, e completata con 8 giorni di anticipo rispetto al contratto, è firmata dallo Studio B.B.P.R.. Oggi la Torre Velasca viene considerata qualcosa di mai visto prima. Costruita in vetro e – molto – cemento, tutti i critici l’avrebbero tirata su con l’acciaio, solo che l’industria siderurgica italiana non era in grado di fornire il materiale necessario in quel breve periodo di tempo. Oggi quell’edificio sostenuto da travature oblique esterne alla struttura, è entrato a far parte del panorama visivo e culturale di Milano. È questa la Milano che entra nel circuito dell’architettura internazionale.
Nel 1961, ci pensa Gio Ponti ad affermare Milano nel mondo. Sono anni in cui le città occidentali crescono in verticale, magari senza un ordine, sicuramente con molto fasci-no. Anche in questo caso, è dalla collaborazione tra l’architetto Gio Ponti e l’ingegnere Pier Luigi Nervi che prende forma l’idea di realizzare un edificio così alto in calce-struzzo armato. Nel 1961 viene inaugurato il Grattacielo Pirelli che, per cinquant’anni, rimane l’edificio più alto di Milano. Per qualche anno, fino alla metà degli Anni ’60, è stato anche l’edificio più alto dell’Unione Europea. Ma, al di là dei record, è in questa costruzione che Gio Ponti, architetto amato dalla borghesia milanese del Dopoguerra, esprime tutta la sua ricerca. La Pirelli gli ha chiesto un edificio internazionale, con-temporaneo, privo di elementi manieristi rivolti al passato, ed il mondo se ne accorge. Nel 1963, nel cuore di Manhattan, viene inaugurato il grattacielo della PanAm (oggi MetLife Building) di Park Avenue. Dopo venticinque anni di proposte e progetti, per i quali vengono coinvolti da Le Corbusier a Walter Gropius, l’edificio sarà la copia del “Pirellone” di Gio Ponti e Pier Luigi Nervi.
A Milano architettura e cultura si muovono sullo stesso binario. Gli Anni ’70 sono il decennio dei conflitti e dello sviluppo delle periferie, dove le costruzioni hanno ben poco di simbolico, sono più che altro funzionali alla gestione di uno sviluppo troppo rapido. E, spesso per reazione, la cultura è chiamata a fare la sua parte. A metà degli Anni ’70, Dario Fo e Franca Rame, di ritorno da una tournée europea dove godono di una fama che si alterna alle contestazioni, individuano nella Palazzina Liberty, un piccolo edificio nell’area del Parco Vittorio Formentano, la sede del loro Collettivo Teatrale “La Comune”. Questa costruzione dei primi del ’900, dal 1974 al 1980, diventa luogo di recite, spettacoli e interventi pubblici fondamentali per comunicare a Milano, ed al mondo, la natura di quel teatro che porterà l’attore, ed autore, italiano al Nobel. Sono anni frammentati e di transizione, per questo il simbolo milanese degli Anni ’80, non può che essere qualcosa di provvisorio. Non è un edificio, è un elemento di design urbano nato per un malinteso. All’inizio degli Anni ’80, sulle strade di Milano ci sono troppe auto e poche regole. Al Comune di Milano, ufficio urbanistica, viene chiamato un designer famoso per trovare soluzioni con elementi semplici e funzionali, uno che ha la passione per le forme e per il disegno: Enzo Mari. Gli viene chiesto di ideare un dissuasore per la sosta, l’importante è che non sia una fio-riera. Enzo Mari disegna un cilindro ed una sfera, incastra l’uno nell’altra, e nasce il “panettone”. In cemento grigio, deve pesare almeno cento chili, in modo che non possa essere spostato a mano per parcheggiare l’auto. Enzo Mari dirà che l’idea era nata per qualcosa di provvisorio, non si aspettava di veder prodotti in breve tempo oltre un milione di “panettoni”, per essere installati ovunque, a Milano e in Italia. L’oggetto più conosciuto, e sconosciuto, del progettista milanese.
Gli Anni ’90 sono il decennio della presa di coscienza che l’industria è finita, o per lo meno si è trasformata, e che immense aree devono tornare a vivere con altri signi-ficati. Tra il 1985 ed il 2005, in particolare durante la seconda metà degli Anni ’90, l’area nord di Milano si trasforma in un grande cantiere dove l’architettura lavora al servizio della cultura, nella sua forma più elevata: la formazione. 
È la grande riqualificazione che ha per oggetto gli ex stabilimenti Pirelli dell’area Bicocca. Il progetto viene affidato a Vittorio Gregotti, un architetto che tutto vuole, tranne la spettacolarizzazione degli edifici. «Il nostro obiettivo è di lunga durata, dobbiamo fare cose che appaiono come fossero sempre state» è il pensiero di Gregotti. Nelle ex aree Pirelli vengono costruiti gli edifici della nuova Università Statale di Milano, l’Università Bicocca. Nel frattempo, nel 1997, viene colta l’occasione del restauro del Teatro alla Scala, per costruire il Teatro degli Arcimboldi. Ma, anche questa volta, il fascino del passato viene conservato e tutelato. 

Proprio accanto agli edifici dell’Università, lungo Viale Sarca, Pirelli mantiene la sede del consiglio di amministrazione in un piccolo – in proporzione agli edifici circostanti – villino di tre piani con molti secoli di storia: la Bicocca degli Arcimboldi, circondata da un parco che è un’oasi in contrasto con tutto ciò che avviene a pochi metri. Accanto al villino, infatti, Vittorio Gregotti si occupa della ristrutturazione della sede di Pirelli Real Estate, un cubo trasparente di cinquanta metri di lato al cui interno è stata man-tenuta, circondata dal vetro, la grande torre di raffreddamento dell’ex stabilimento. E, qui, nonostante le dichiarazioni dell’architetto, l’incontro tra passato e presente sa essere spettacolare.
Da nord, la riqualificazione si sposta verso il sud della città. Nel 2002, l’attenzione di Giorgio Armani e dell’architetto giapponese Tadao Ando, minimalista che riesce a dare un significato spirituale anche al cemento, si concentra sull’ex stabilimento Nestlé di Zona Tortona. Anche quest’area di fabbriche affacciate sui canali d’acqua dei Navigli ha bisogno di una nuova vita. Nasce il Teatro Armani, concepito in modo da accogliere sfilate, eventi della moda e del design, ed in grado di cambiare il volto di un’area della città destinata alla produzione pesante. A partire dagli Anni 2000, infatti, Zona Tortona diventa il centro della creatività, delle idee, della produzione intangibile delle immagini e del design. Un sistema che afferma di voler spostare il baricentro della città dalla produzione materiale all’innovazione creativa.
La maturità di questo percorso arriva nel 2015. Expo è l’evento che mette a sistema anni di ricerca in settori come l’economia, la finanza, la logistica, i servizi, la cultura e la creatività. Naturalmente, l’architettura dà supporto e lega insieme tutti questi elementi. Milano si apre alla tecnologia delle archistar che hanno già costruito in Asia, in Medio Oriente, negli Stati Uniti e nel nord Europa. Ma arrivano anche team più articolati e multidisciplinari di architetti, progettisti, paesaggisti, sviluppatori ed imprenditori coinvolti nei quartieri popolari da rilanciare. Sono queste le operazioni che lasciano, senz’altro più dei grattacieli, una traccia duratura. Milano continua a scoprire nuove aree su cui imprimere i valori e le linee di tendenza per la città dei prossimi decenni: ambiente, sostenibilità, produzione intellettuale, visione e connessioni internazionali. Milano porta l’Europa in Italia, occupandosi della tutela della storia di quartieri come Isola, ai quali fornisce gli strumenti per competere con il mondo. Qui vicino nascono edifici residenziali come il Bosco Verticale di Stefano Boeri. A pochi metri vengono ricavati parchi urbani come la Biblioteca degli Alberi, terzo parco per estensione della città, il primo di nuova concezione per Milano. Ogni decade è segnata da una tendenza precisa, che l’architettura deve affrontare e risolvere: il commercio con le sue vetrine ed i suoi salotti, la produzione culturale all’interno dei teatri, la trasformazione delle industrie in nuovi laboratori. Le aree di sperimentazione del prossimo decennio sono state individuate nelle immense ex aree ferroviarie della città: Scalo Farini, Porta Genova, San Cristoforo, Lambrate, Greco-Pirelli, Rogoredo, Porta Romana.
Tutti spazi da plasmare per una una società che sembra voler passare molto più tempo all’aperto, per vedere quel cielo che tanto grigio non è più. Un nuovo modello di sviluppo urbano, con progetti residenziali, commerciali e, soprattutto, vasti parchi urbani come fulcro della metropoli contemporanea.
La prima pietra di questo lungo percorso è stata l’inaugurazione, nel 2015 e poi nel 2018, della sede milanese della Fondazione Prada, firmata dallo studio OMA di Rem Koolhaas. Dalla sua terrazza panoramica si può vedere, o per il momento solo immaginare, quello che sarà il nuovo skyline per Milano. Una linea che, se si svilupperà in altezza, probabilmente sarà perché densa di alberi, più che di grattacieli. ●