LE RIVISTE. ELOGIO A UNA MILANO SENZA TEMPO

Dieci riviste, dieci numeri monografici su Milano, dieci riflessioni sulla città distribuite lungo dieci decenni. La selezione proposta in queste pagine include una buona parte delle più importanti pubblicazioni specialistiche di architettura ed urbanistica italiane dell’ultimo secolo (Metron, Urbanistica, Casabella, Abitare, Hinterland, Lotus, Domus), a cui si affiancano i dossier di alcune riviste a vocazione più spiccatamente turistica (Le cento città d’Italia illustrate, Bell’Italia) o tecnica (Azienda Tranviaria Municipale di Milano). Si costruisce così una raccolta di racconti molto diversi tra loro, tematizzati secondo gli interessi di ciascuna testata, e narrati con il registro che le è proprio. Milano si moltiplica in dieci fermo immagine, che immortalano altrettanti momenti significativi della sua storia architettonica ed urbana. Nel tempo si modificano non solo le strutture materiali della città, ma anche lo sguardo che le osserva e i progetti culturali che si costruiscono attorno ad esse.

Le cento città d’Italia illustrate, n. 3
Milano la grande città industriale 

Aprile 1935

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Dopo due fascicoli dedicati a Roma, la terza uscita de Le cento città d’Italia illustrate è consacrata a Milano. La struttura del numerò è quella che diventerà tipica di tutta la collezione. La storia della città, dalla fondazione ai giorni nostri, è ricostruita attraverso testi sintetici e di registro divulgativo. La scansione in brevi paragrafi facilita la lettura e mette in evidenza le tematiche trattate. Ben 47 immagini accompagnano la descrizione scritta, molte delle quali realizzate dalla celebre società fotografica fiorentina dei Fratelli Alinari. Le fotografie sono disposte all’interno del testo o raggruppate in pagine di sole immagini, ciascuna dedicata ad un monumento o ad una tipologia di edifici: il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, le chiese, i palazzi nobiliari. La seconda di copertina è occupata da quello che all’epoca doveva certamente risultare il contenuto di maggior effetto: due viste aeree, di piazza del Duomo e dell’area dell’Arco della Pace, che offrono un punto di vista della città al tempo sconosciuto ai più.

Dall’introduzione
“Non fu interrogato il volo degli uccelli, non furono chiamati i semidei a porre la prima pietra della città, non s’inventarono favole meravigliose, per nobilitare le origini di Milano. Una tribù raminga si fermò in mezzo a questa pianura (…). Mittaland è la città di mezzo, è il centro dove convenivano tutte le tribù, dove si tenevano le corti druidiche, e si radunavano i soldati in difesa del suolo. La fortuna che presiedette al suo sorgere le creò innumerevoli e potenti nemici: ma, appunto perché è un centro naturale di vita, Milano risorge sempre e più vigorosa dalle sue rovine”.

Dal paragrafo conclusivo Milano dopo la Grande Guerra
“Dopo la Grande Guerra, Milano si è accresciuta enormemente, anche per i profughi del Veneto, dei quali molti nella città presero stabile dimora. Le sue caratteristiche di centro commerciale e industriale presso le vie delle Alpi, di metropoli signoreggiante la plaga più fertile e più piana d’Italia, portano in lei un rapido e continuo sviluppo. La popolazione, coi nuovi comuni aggregati nella periferia, ha raggiunto la cifra di 854 mila abitanti (1923), ed erano solo 300 mila nel 1881. Quartieri nuovi sono sorti e vanno sorgendo molto al di là della vecchia cerchia dei Bastioni, e fabbriche numerosissime occupano migliaia e migliaia di operai. Le molte provvidenze si accompagnano a questo incessante progredire; si innalzano nuovi edifici (meravigliosi per bellezza e modernità quelli della ‘Città degli Studi’), e ogni manifestazione di coltura, di assistenza trova un terreno adatto, una ricchezza sempre soccorrevole. Il carattere della cittadinanza, espansivo, lavoratore, tenace e spesso geniale, ha una propria vivacità che lo porta a seguire, con intenso interesse, tutto quanto concerne lo sport, la politica, il teatro e l’arte”.

Azienda Tranviaria Municipale di Milano n. 4

Aprile 1935

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Dalla festa del lavoro, alla mostra “di Arti e Mestieri del nostro Dopolavoro”, alla visita della “nostra scuola di meccanica alle ferriere dell’Ilva”, fino alle pagine più leggere dedicate ai viaggi e all’”umoristica”. La rivista ATM del mese di Aprile del 1935 approfondisce varie tematiche tra cui, in particolare il tema delle arterie urbane, come si evince dalla stessa il-lustrazione in copertina.

Dall’articolo “Il trasporto di persone in comune lungo le arterie urbane e la regolazione semaforica del transito”
Dott. Ing. A. Fiorentini
“Sarebbe inutile accennare all’importanza del problema che tutti riconoscono di vitale interesse, comunque ci sia concesso di ricordare che più di una volta si è parlato in altri articoli comparsi in questa rivista della assillante preoccupazione dei tecnici dei trasporti di raggiungere la massima precisione e sicurezza di orario sulle linee di trasporto in città”.

“Vediamo del resto anche a Milano soltanto durante la giornata quale diversa variazione di flusso di traffico da arteria ad arteria… Non si tratta quasi mai di arterie regolari e di capacità sempre uguale nelle quali il flusso di veicoli e di pedoni pro-cede a velocità costante e con densità quasi uniforme come si può verificare nelle grandi capitali americane ed europee: New-York, Londra, Parigi, Berlino, nelle cui vie principali i veicoli in circolazione sono esclusivamente a trazione meccanica. Da noi se si volesse arrivare alla completa semaforizzazione della parte centrale della città non si saprebbe come consegnare la rete della progressione dei tempi. Si pensi ad una città a rete ortogonale come Torino a Piano Regolatore di recente realizzazione con strade ampie percorse da flussi di traffico di densità paragonabile sia un senso che in quello ortogonale. Non dovrebbe essere difficile conciliare qui la progressività semaforica in una direzione con quella da assegnare sulla direzione ortogonale. Le equidistanze, la uniformità delle carreggiate, i flussi paralleli e simili ben si prestano a tale sistemazione. A Milano la rete stradale, a forma monocentrica con una serie di raggi multipli talvolta biforcantisi intercettati da strade circolari concentriche aventi però distanze diverse dal centro, non consente di dare una progressività semaforica lungo le radiali che si concilii colla progressività semaforica delle circolari”.

Metron n. 26-27, Numero doppio dedicato al Quartiere Sperimentale della Triennale di Milano

Agosto / Settembre 1948

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Piero Bottoni, Commissario dell’Ottava Esposizione Triennale del 1947, cura e coordina la raccolta del materiale per il numero monografico di Metron dedicato al QT8. La redazione sottolinea a più riprese nell’editoriale e nei testi introduttivi, che l’interesse del quartiere risiede innanzitutto nella sua “modernità”. Mai prima di allora, infatti, e raramente in seguito, gli architetti e urbanisti italiani del Movimento Moderno hanno avuto l’occasione di dare forma costruita, su scala così ampia, alle loro speculazioni teoriche sulla città del XX secolo. Il dossier presenta le caratteristiche generali del quartiere, elenca e descrive nel dettaglio (fino alle specificità tecniche e costruttive) le diverse tipologie di abitazione che vi si costruiranno, e fa una rassegna dei migliori progetti presentati ai concorsi banditi per gli edifici collettivi. Si riconosce, tra gli altri, la prima proposta di Vico Magistretti e Mario Tedeschi per la chiesa di Santa Maria Nascente, che sarà poi realizzata senza eccessive variazioni.

Dall’editoriale della Direzione
“Cari lettori, voi potrete benissimo dissentire dall’impostazione del QT8, o criticare la scelta di quel progetto invece di un altro. Potrete benissimo criticare i singoli edifici del Quartiere; anzi, dovrete farlo (…). La critica sul terreno culturale e artistico va fatta senza peli sulla lingua. C’è però una considerazione preliminare ad ogni giudizio di merito: il Quartiere QT8 è un fatto di architettura moderna: costituisce una delle pochissime realizzazioni di un complesso omogeneo urbanistico ed edilizio, studiato da cima a fondo da architetti, in questo Dopoguerra in cui la ricostruzione è del tutto sfuggita al nostro controllo”.

Dal testo Nascita del QT8
(citazione dal programma della Ottava Esposizione Triennale)

“Il nuovo Quartiere, destinato a restare l’esempio di quanto meglio di triennio in triennio si andrà maturando nel campo dell’architettura moderna e delle arti decorative, sarà una unità architettonicamente armonica, economicamente equilibrata ed urbanisticamente autonoma (…). Sarà una mostra permanente, sperimentale, vivente, della architettura moderna”.

Dal testo Nascita del QT8
“Per far conoscere i vari aspetti del problema dell’abitazione, la Esposizione Triennale del 1947 ha avuto per tema la visualizzazione di tutto il programma del quartiere QT8, dalla progettazione urbanistica ai sistemi costruttivi, all’arredamento degli alloggi fino agli oggetti di uso e d’arte per la casa. Questo tema dell’architettura è stato portato su un piano realistico nel nuovo quartiere per il quale si sono cominciate nell’autunno 1946 le opere di impianto generale. È evidente, per chiunque abbia un minimo di esperienza del mestiere o soltanto conoscenza dei complessi problemi che ogni realizzazione richiede, quali difficoltà si siano incontrate anche solo per ‘varare’ l’idea di un quartiere sperimentale modello per 13.000 vani circa, che è l’unico in Europa e nel mondo”.

Urbanistica n. 18-19, Il Piano Regolatore di Milano

Marzo 1956

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A tre anni dall’approvazione del Piano Regolatore Generale di Milano (1953), quando già si possono verificare i primi effetti della sua attuazione, Urbanistica dedica un corposo numero monografico a questa esperienza di pianificazione urbana, che ha convogliato le energie dei migliori esperti italiani della disciplina. Il nuovo piano è innanzitutto iscritto nella storia delle trasformazioni e dell’espansione del capoluogo lombardo. Segue la presentazione del piano vero e proprio, dalla sua concezione all’attuazione, e fino ai Piani Particolareggiati sviluppati per i quartieri centrali e periferici. L’editoriale di Giovanni Astengo e l’articolo di apertura di Luigi Piccina-to, Guardare Milano, definiscono l’inquadramento culturale generale del numero. Astengo e Piccinato sono allineati nella sostanziale fiducia nel nuovo Piano Regolatore Generale, elogiato come strumento per il raggiungimento di un nuovo ordine urbano, che permetterà di “liberare” Milano dal caos determinato dai bombardamenti e dalla speculazione privata.

Dall’editoriale di Giovanni Astengo, p. 3
“I dieci anni del Dopoguerra hanno lasciato in Milano i segni di una profonda trasformazione, visibile in ogni strada del centro ed in ampie zone della più esterna periferia. Ed è ben significativo che proprio nel periodo della più dinamica e più completa trasformazione edilizia, nel tumulto e nell’eruzione delle più disparate iniziative, si sia venuto lentamente, ma sempre più fermamente, maturando e fortificando l’intervento urbanistico che ha saputo imbrigliare a poco a poco le iniziative più ribelli, fino a capovolgere la generale situazione edilizia, che dal primitivo caos dell’immediato Dopoguerra sta ora passando ad una più serena, ordinata e convinta successione di interventi pianificati, senza perdere in slancio ed in mordente”.
 
Dall’articolo di Luigi Piccinato, Guardare Milano, p. 5-8
“L’attuale Piano Regolatore di Milano, per essere compreso nella giusta luce, va guardato dunque da queste premesse: scaturito dalla reazione contro un passato di errori; sorto dalla collaborazione democratica dei migliori tecnici in un clima democratico; costretto a rinunzie infinite dalle colpe degli uomini di ieri, esso rappresenta un supremo ed estremo sforzo per liberare la città dal caos conseguente ad un organismo sbagliato, anzi, e meglio detto, alla mancanza totale di un organismo. Rappresenta lo sforzo per organizzare una struttura più aperta, più libera, più economica, proiettata nella regione lombarda (…). Le lunghe more, che intercorrono tra la formulazione dei piani particolareggiati e la approvazione di questi, hanno certo frustrato molte belle intenzioni e compromesso molte belle possibilità. Ma tutto questo conta fino ad un certo limite: quello che più conta è il successo fondamentale della lotta, l’affermazione dei principi, la conquista del nuovo organismo e quella della coscienza della validità di questo. Dopo un secolo giusto di lotta Milano si è liberata”.

Casabella n. 290,  La XIII Triennale di Milano

Agosto 1964

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Nel suo editoriale di apertura di questo numero, intitolato
La Triennale uscita dal coma, Ernesto N. Rogers, descrive la Triennale come uno dei tipici «miracoli all’italiana», e «uno degli aspetti più evidenti è l’inconsistenza dovuta alla fragilità delle strutture, che non resistono alle verifiche della critica e neppure all’usura del consumo e che, nelle sue parti più clamorose, se può soddisfare le élites, lascia negli altri il senso di essersi nutriti delle briciole di un pranzo il quale, per chi l’ha goduto, può essere stato saporito». La cover, scelta da Gae Aulenti, presenta “La course” di Picasso, ed è dedicata al Tempo Libero, tema della XIII Triennale, indicativa anche lei della rottura di «ogni schema figurativo con le precedenti occasioni e di essere, cioè, significativa, perché si esprime con un linguaggio attuale e senza indugi».

Dall’articolo di Gian Ugo Polesello,
Questa Triennale e l’architettura discoperta, p. 33
“Anche la XIII Triennale rientra, .., nella legge “trascrittiva” di tutte le Triennali. Questa volta infatti si può ritrovare, .., quasi un catalogo delle più interessanti considerazioni e anche dei ripensamenti e delle deviazioni sulle vie dell’architettura. In modo particolare emergono alcune proposte, non tutte nuove veramente, ma tutte indubbiamente con vocazione di novità: le trasposizioni architettoniche di alcune esperienze letterarie, la verifica della possibilità di uso contemporaneo di tecniche linguistiche diverse in un contesto architettonico; la ricerca di una simbolistica che sia prerisolutrice di ogni problema di significanza nell’opera architettonica finita. …. “Dove invece si riscontra il massimo sforzo di adeguazione al tema di base è nelle parti curate dagli italiani; nelle prime zone dell’esposizione curate dall’architetto Vittorio Gregotti: con il risultato che i criteri tenuti nella composizione traspaiano oltre il visibile un po’ éclatant, tutto d’argento.. Concludendo, il contributo italiano a questa Triennale, per quanto limitato nei mezzi dell’espressione, è notevole ai fini di un confronto sulle vie dell’architettura, e vien da pensare con rabbia alle possibilità di una mostra di architettura, solo di architettura. Anche perché credo che alcune indicazioni “ottiche” che ci mostrano le nostre architetture più giovani (e, ovviamente, non parliamo più di Triennale ma di produzione corrente) come riflessi, in una specie di Provincia Atlantica, di idee e contributi sviluppati altrove, siano da rigettare come assolutamente false.”

Abitare n. 151, L’appartamento in città. 
Un paese a Milano. Tutti i mobili per il ’77

Gennaio / Febbraio 1977

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Abitare, soprattutto nei suoi primi decenni di esistenza, è una rivista squisitamente milanese: nasce per raccontare il fervore culturale e produttivo legato al settore del design, proprio della città, e nel capoluogo lombardo trova una parte consistente del suo pubblico. Anche quando ai testi italiani si affianca la loro traduzione in inglese, Abitare è percepita all’estero come l’ambasciatore di un punto di vista tipicamente milanese sui temi trattati. Così, nel corso del tempo, la rivista realizza diversi nu-meri monografici su Milano, che raggruppano carrellate di case milanesi e raccontano le trasformazioni della città in senso lato. Nel 1977 esce il dossier L’appartamento in città. Un paese a Milano. Tutti i mobili per il ’77.  L’appartamento è un attico progettato a Milano da Eugenio Gentili Tedeschi e Francesco Gnecchi Ruscone. I mobili sono quelli presentati in occasione del Salone del Mobile di quell’anno. Il paese, che è il vero nucleo tematico del numero, è il piccolo quartiere di via Lincoln. Abitare riscopre ed esplora le case a schiera della micro-lottizzazione operaia di fine ’800, ne investiga gli aspetti architettonici, urbanistici e sociologici e s’interroga sul suo rapporto con la città contemporanea.

Dall’articolo di Nives Ciardi Un paese a Milano,
dedicato al quartiere di via Lincoln
“[Quello di via Lincoln, NdR] è un modesto, piccolissimo quartiere – una strada, due gruppi di case a un piano e di cortili – sorto alla fine dell’Ottocento come quartiere operaio. È rimasto fisicamente quasi intatto nel corso di novant’anni e appare ormai come un’isola nel cuore della città. Ma naturalmente, come sempre più spesso avviene, non è più abitato solo da operai e dai loro discendenti. Altri sono arrivati, attratti da una misura umana e di ambiente sempre più introvabile e sempre più necessaria. La stessa misura che ha attratto anche noi – e abbiamo cercato di renderla attraverso le immagini e le annotazioni di questo servizio”. 

“Nel ’66, quando ancora le vecchie case non godevano di buona fama, inizia la prima sparuta processione verso via Lincoln di giovani in cerca di casa. Solo verso il ’70, sfumata in parte la mania del nuovo, inizia la grande corsa alla villetta. Contrariamente ad oggi, allora era facile comprare o affittare con poco, in quanto l’ambiente non era ancora ‘valorizzato’ dalla presenza di personaggi per qualche verso famosi”.

“Architetti, studenti, intellettuali, medici, giornalisti, oltre alle generazioni discendenti dai vecchi cooperativisti, costi-tuiscono la popolazione prevalente di via Lincoln. Accanto, coesistono anche personaggi un po’ strani, immancabili e ti-pici di ogni paese. I modi di vita di questo piccolo villaggio, accerchiato dalla città, ricordano a chi vive inscatolato in verticale quelli di un ampio pianerottolo di una grande casa, adagiata in un ristretto spazio della zona 4 di Milano”.

Hinterland n. 23

Settembre 1982

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Nel settembre del 1982, il numero 23 di Hinterland passa in rassegna i risultati della XVI Triennale di Milano. In particolare, riporta alcuni estratti degli atti del convegno Per un museo metropolitano, svoltosi nell’ambito della stessa Triennale per definire il quadro di riferimento storico, teorico e metodologico del concorso per la progettazione del museo metropolitano milanese. Questo termine non indica in senso stretto una singola sede espositiva; piuttosto, quello del museo metropolitano è un tema, una chiave di rilettura della città che permette di definire al suo interno nuove gerarchie e nuove relazioni. Il concorso chiede ai partecipanti di elaborare strategie per mettere in connessione i poli museali esistenti, tra di loro e con le architetture monumentali, gli spazi pubblici, le infrastrutture. Il dossier si compone di una prima parte storico-analitica (Materiali per un museo metropolitano) e di una seconda parte di presentazione degli esiti del concorso (Progetti per un museo metropolitano).

Dall’estratto del contributo di Guido Canella al convegno
Per un museo metropolitano
“L’ipotesi che avanziamo qui sommariamente (…) si fonda sul convincimento che per sviluppare a sistema il molteplice museale di Milano e del suo territorio di gravitazione culturale occorra cercare di approfondire e di far emergere la sua struttura di relazione. Da questo punto di vista ci sembra importante riscontrare la connessione storica tra istituzione di museo e progettazione della città monumentale (basti pensare al Duomo, alla Ca’ Granda, all’Ambrosiana, a Brera). Ciò comporta, oltre al consolidamento interno delle istituzioni museali, il loro aggancio ad una trama di servizi, istituzioni e architettura pubblica che Milano deve sapere ritrovare nel centro storico e protendere sul territorio”.

“Ci preme ribadire la particolare conformazione di Milano che nonostante tutto persevera nel mantenere una struttura policentrica che trascende gli ambiti amministrativi senza contraddirli, integrando dentro e fuori i confini istituzionali differenziate entità culturali come componenti inscindibili di una municipalità – per così dire – federativa. Si tratta di una struttura non piramidale, non gerarchica, consolidatasi nel tempo, più volte rinnegata eppure sempre riemergente, dove la mobilità a distanza, la diluizione e la promiscuità delle attività e delle competenze si è sempre configurata, anche nell’aggregato urbano, forzando lo schema radiocentrico dei piani post-unitari, sconfessando lo zoning funzionalista e rattrappendo lo skyline della città terziaria. In questa particolare e in parte segreta stratificazione articolata tra interno ed esterno dell’architettura, tra luoghi pubblici e privati, respira la continuità monumentale di Milano, da trovare con l’apporto dei suoi musei”.

Bell’Italia n. 80, Milano segreta

Dicembre 1992

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Il numero dedicato a Milano si aggiunge ad una serie di “speciali” verticali. Come anticipa l’editoriale di apertura: “Milano… è una città sempre da scoprire: in certi suoi segreti, nelle sue riposte realtà, in quelle tradizioni che, legandola al passato, la proiettano verso un futuro europeo”. Parole incredibilmente attuali, lette oggi. All’interno del numero troviamo ovviamente il Duomo (“Il cuore è laggiù”), luoghi iconici come Bicocca (“soltanto di nome”) a cui è dedicata anche la copertina, e San Cristoforo (“fuori Porta, dove scorre il Naviglio Grande”), ma anche spazio al verde della città (l’Orto botanico), così come molti accenni alla storia e ai personaggi, grandi (“La villa Comunale... Si cominciò con Napoleone”) e piccoli (“Antichi mestieri. Dal menafrecc al ciapparatt: personaggi perduti nella memoria), che l’hanno resa così eclettica e interessante da analizzare.

Archeologia. Anche Mediolanum Caput Mundi.
di Mario Mirabella Roberti, disegni di Francesco Corni, fotografie di Marco Capovilla

“Milano è nata romana? No: Mediolanum è nata… preromana, in ambiente ligure nella media e tarda età del Bronzo (II millennio avanti Cristo) ha le prime chiare presenze di vita, che si fanno decisamente più vive nel V secolo avanti Cristo, quando grazie a frammenti di ceramica greca attica trovati sotto lo strato romano, sono attestati anche rapporti con l’Adriatico, e nel IV quando è divenuta capitale dei Galli Insurbi. Così che i due consoli romani, ad uno dei quali, M. Claudio Marcello, è dedicata una strada presso piazza Villapizzone, conquistando Mediolanum nel 222, trovarono una sede già in certo modo organizzata. La presenza romana nel II secolo si fa più stabile, con mercanti e artigiani latini, mentre leggi in favore dei Transpadani per opera dei consoli e di Cesare alla metà del I secolo legarono alla vita romana la città e il territorio. Mediolanum non cambiò nome, ma cambiò vita urbana e civile, anche se in vari aspetti della vita quotidiana restarono ancora note della cultura insubre. Ebbe allora le mura: un circuito di più di tre chilometri, di cui restano 32 metri in via San Vito, in pietra e mattoni e qualche tratto in altre parti, con almeno quattro porte, di una delle quali, la Ticinese, sulla strada per Pavia, resta una torre al Carrobbio, un impianto di strade ortogonali al Foro, e infatti sotto l’Ambrosiana si sono trovate le lastre della pavimentazione in pietra di Verona; e certamente molti edifici pubblici”.

Lotus n. 131, Milano Boom

2007

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Porta Nuova, City Life, le aree ex-Falck di Sesto San Giovanni, il Portello, Santa Giulia e tanti altri: il numero monografico che Lotus dedica a Milano nel 2007 raggruppa tutti i grandi interventi del boom milanese del nuovo millennio, concepiti prima della grande recessione del 2008 e quasi tutti proseguiti, tra non poche difficoltà, proprio negli anni della crisi. La Bicocca di Vittorio Gregotti, che si avvicinava allora al suo completamento, è presentata in apertura del dossier come episodio fondatore di una nuova modalità di costruire la città. Nelle parole del direttore Pierluigi Nicolin, autore di un editoriale denso e lucido, la Bicocca ha importato nel conte-sto di Milano quel passaggio «dall’etica della produzione all’estetica del consumo» che anche altre città europee stavano ereditando in quegli anni dalla cultura anglosassone. Secondo Nicolin, è a partire da questa realtà ormai incontrovertibile che bisogna osservare i progetti della nuova Milano, con uno sguardo disincantato ma risolutamente postideologico.

Dall’introduzione di Pierluigi Nicolin, Milano Boom.
Dall’etica della produzione all’estetica del consumo, p. 4-9
“La grande operazione architettonico urbanistica della Bicocca prelude alla fase attuale di interventi alla scala urbana del nuovo boom immobiliare con le recenti figure architettoniche di cui dobbiamo discutere. Negli ultimi decenni del secolo scorso con la Bicocca ha fatto il suo esordio nello scenario milanese un diverso approccio alla trasformazione urbana ad opera di nuove figure di developers portatori di moderni criteri economico-finanziari e di un modo più aggiornato di affrontare il mercato immobiliare, i quali sono diventati degli attori principali dei nuovi interventi. Nelle proposte ora in campo, l’idea della città come res extensa regolata da un criterio tipomorfologico, da una regolamentazione in altezza, da una continuità minerale, città in cui il tutto è inteso come un valore superiore alla singola parte (per cui il singolo oggetto architettonico è inquadrato nel contesto sintattico generale), in sostanza il modello urbano di matrice “continentale”, come è andato man mano definendosi a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, è soppiantato nei nuovi interventi da un’idea di enclave di matrice anglo-sassone e, contro ogni unità linguistica, da un’esaltazione del valore iconico dei singoli oggetti architettonici oltre che, come è stato accennato, dall’offerta più o meno veritiera dell’idillio verdolatrico (…). Bisogna riconoscere come l’intellighenzia architettonica milanese sia giunta impreparata a questo passaggio dall’etica della produzione all’estetica del consumo che ha segnato l’ingresso alla grande nello scenario milanese di molti architetti dello star system, passaggio peraltro compreso per tempo dalle parallele culture della moda e del design”.

Domus n. 1041, Milano Italia

Dicembre 2019

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Una via italiana al futuro è il titolo dell’editoriale di Walter Mariotti che introduce il numero monografico dedicato da Domus a Milano alla fine del 2019. Domus riconosce, nel tessuto urbano e sociale del capoluogo lombardo, il proliferare di energie che la crisi economica del 2008 ha fatto vacillare ma a cui gli eventi successivi, su tutti Expo 2015, hanno permesso uno spettacolare rimbalzo. Che può essere una fonte d’ispirazione, se non un modello direttamente replicabile, anche per il resto d’Italia. Spazio Pubblico, Milano Futura, Spazi Ibridi, Manifatture Milanesi, Patrimonio Moderno sono le cinque macro-aree in cui sono organizzati i contenuti del numero, da cui emerge il panorama di una Milano in cui l’esuberanza del mercato immobiliare e delle operazioni pianificate dall’alto è positivamente controbilanciata dall’azione dell’amministrazione pubblica e dalle iniziative promosse dal basso. Dalle prospettive di sviluppo degli scali ferroviari alle soluzioni innovative e leggere per le Piazze Aperte di NoLo, Milano è immortalata con occhio critico ma in un innegabile momento di gloria, che potrebbe rivelarsi effimero alla luce delle pieghe prese dalla storia mondiale ad inizio 2020.

Dall’editoriale di Walter Mariotti,
Una via italiana al futuro, p. 4
“Un quadro vitale, sorprendente, fortemente inclusivo, ma soprattutto capace di rovesciare molti luoghi comuni, che vanno dal verde mancante all’immaginario multietnico dei prossimi decenni. È una Milano che conferma i numeri dell’economia che la stanno definendo. Cifre doppie del PIL nazionale che presentano tutti gli indicatori statistici in controtendenza rispetto al paese, in un distacco che dopo Expo sta diventando un vero e proprio paradigma nel mondo prima ancora che in Europa e nelle altre regioni d’Italia. Una storia che, senza dimenticare i nomi e le contraddizioni (…) fa pensare che forse una via italiana al futuro c’è”.

Dal testo a cura della redazione che introduce la sezione Spazio Pubblico, p. 15
“Nuove piazze, realizzate da architetti famosi o da iniziative degli abitanti. Nuovi quartieri, frutto di radicali trasformazioni dell’esistente o d’insediamenti in terrain vague recuperati all’urbanità. Antichi quartieri gentrificati da iniziative immobiliari o rigenerati dalla caparbia volontà dei nuovi abitanti d’innestarvi usi inediti e inedite culture. A Milano, la conquista dello spazio pubblico è una questione che oltrepassa la logica del real estate: è un’esigenza vitale che afferma la necessità dell’autocostruzione di una rappresentanza collettiva e condivisa”.

Dall’articolo di Luca Saccardi, Il caso NoLo, p. 21
“Per una città come Milano, la crescita costante all’interno dei suoi confini non può fondarsi su un unico modello di sviluppo: deve contare sulla trasformazione interconnessa delle sue com-ponenti minori, i vecchi quartieri, indicati con l’acronimo NIL, Nuclei di Identità Locale, nel Piano di Governo del Territorio ‘Milano 2030’”.