I MATERIALI. DI COSA E' FATTA LA CITTA'

A Milano viene spesso rimproverata la tendenza a ricostruirsi incessantemente su sé stessa, distrug-gendo le tracce della propria storia, aggiornandosi per restare al passo con la contemporaneità di ogni epoca. Nel corso di tutto il ’900 e fino ad oggi, questa urgenza culturale all’aggiornamento continuo, ma anche le più prosaiche pressioni del mercato delle costruzioni, hanno determinato trasformazioni pro-fonde, spesso puntuali e non coordinate da alcuna volontà di pianificazione, fin nel cuore della città, in quel centro storico che, secondo molti, semplicemente non esiste più.
Così, oggi, gli appassionati del capoluogo lombardo ne lodano la varietà, mentre i detrattori ne criticano la mancanza di coerenza. Milano, però, non è (solo) una città di frammenti. Uno sguardo attento non può non riconoscere, nel suo paesaggio urbano multiforme, delle “campiture”, più o meno dense e variamente distribuite. Nel corso di un secolo, le evoluzioni tecnologiche e di gusto hanno determinato la fortuna e il declino di numerosi rivestimenti di facciata, che un esercizio un po’ azzardato può elevare ad espressione di un intero decennio della storia di Milano.

(Foto DDL Studio)

Anni ’20 

MARMO E TRAVERTINO

La facciata di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa milanese, iniziata nel 1928, è interamente ricoperta di travertino e incombe su piazza degli Affari come una colossale quinta pressoché mono-materica. 
Tra gli Anni ’20 e gli Anni ’30, la città si arricchisce di numerosi edifici pubblici ed istituzionali configurati come maestosi monoblocchi di pietre pregiate, dove il rivestimento si fa portavoce dell’importanza della funzione e dell’autorità politica che li ha commissionati. Tra tutti, basti ricordare la Stazione Centrale di Ulisse Stacchini, in cantiere per tutti gli Anni ’20, e qualche anno dopo l’Ospedale Ca’ Granda di Giulio Carlo Arata e altri, oltre al Palazzo di Giustizia di Marcello Piacentini, entrambi cominciati nel 1932.

Anni ’30 

CEPPO DI GRÉ

Pur con molte eccezioni, un unico materiale accomuna i solidi basamenti di moltissimi edifici per abitazione borghesi e alto borghesi di Milano, tra le due guerre: il ceppo di Gré, pietra estratta dalle colline della località omonima della Bergamasca. Porosa ma solidissima, la sua tonalità grigio-azzurra e la sua texture irregolare sono una presenza costante nel paesaggio “ad altezza d’uomo” di molte vie milanesi, ad esempio lungo l’asse di viale Tunisia, che si completa proprio durante gli Anni ’30, in seguito alla demolizione del cavalcavia ferroviario che lo percorreva. Meno comunemente, il ceppo di Gré risale lungo un’intera facciata: succede, ad esempio, nell’insolito e sperimentale edificio per abitazioni in via Carducci di Rino Ferrini (1934).

Anni ’40 

MATTONE

Il mattone non compare certo nel paesaggio urbano di Milano negli Anni ’40. Al contrario, si tratta di uno dei materiali per eccellenza della tradizione costruttiva lombarda, che definiscono l’aspetto della città e dei suoi dintorni nei secoli. Basti pensare a monumenti antichi come il Castello Sforzesco e la Ca’ Granda, ma anche ad architetture ordinarie come le cascine del contado lombardo. Nel corso del ’900 il mattone ritorna in auge a più riprese, grazie a diverse generazioni di architetti interessati a stabilire un rapporto di continuità con la storia. Tra gli Anni ’30 e ’40, il progettista principale della Milano di mattoni è Giovanni Muzio, protagonista della stagione novecentista. Edifici come il Palazzo dell’Arte (1935) e il Monastero dell’Angelicum (1939–1942), lontani dall’avanguardia razionalista della loro epoca, sono esperimenti di una modernità alternativa, costruita in mattoni.

Anni ’50 

MOSAICO

Sulle macerie del centro storico di Milano, già alla fine degli Anni ’40 comincia a crescere (anche) la città borghe-se degli edifici per abitazione. Sono architetture talvolta d’autore, più spesso opera di valenti professionisti che la storia non ha ancora riscoperto. Sempre, o quasi, le loro facciate sono rivestite in mosaico ceramico. Tra i muri sbrecciati, nei vuoti di un tessuto urbano antico molto malconcio, s’innalzano nuovi, limpidi volumi ricoperti da una trama finissima e regolare di “tesserine”. I mosaici di Milano, che si diffondono ben oltre la cerchia dei Bastio-ni spagnoli, costruiscono un paesaggio urbano in cui si alternano episodi bianchissimi (si pensi alle monolitiche case-albergo di Luigi Moretti) e sperimentazioni cromatiche inedite. Nel Dopoguerra e per tutti gli Anni ’50, il capoluogo lombardo si tinge anche di verdino, rosino, azzurrino, blu acceso e rosso carminio.


Anni ’60 

KLINKER

Capita che, nell’immaginario collettivo di architetti e cultori della disciplina, un materiale da costruzione finisca per identificarsi univocamente con un’epoca, un luogo, o un progettista. Succede più raramente, invece, che si verifichino tutte queste tre corrispondenze. È il caso del clinker, che la storia dei rivestimenti architettonici ha ormai associato indissolubilmente agli Anni ’50 e poi ’60, a Milano, e a Luigi Caccia Dominioni. Certamente, anche Ignazio Gardella, Gustavo e Vito Latis e tanti altri hanno avvolto i loro edifici in questo solido derivato del laterizio, molto apprezzato all’epoca per la sua elevata resistenza meccanica, garantita dalla cottura ad altissime temperature. Eppure, i veri protagonisti della “Milano d’argilla” (come l’ha definita Maria Vittoria Capitanucci) sono i grandi condomini del Caccia, dove il caratteristico chiaroscuro lucido, brillante del clinker si combina con il tipico impaginato di facciata, irregolare ed elegantissimo.

Anni ’70 

CEMENTO A VISTA

Gli echi di una sensibilità brutalista in architettura giungono a Milano già negli Anni ’50 – Vittoriano Viganò, ad esempio, completa l’Istituto Marchiondi Spagliardi di Baggio già nel 1957 – e poi nel decennio successivo. Nel 1960 Luigi Figini e Gino Pollini aprono i cantieri dell’edificio per albergo e abitazioni di Largo Augusto. Nel 1962 Vittorio Gregotti, Ludovico Meneghetti e Giotto Stoppino cominciano a lavorare ai tre progetti di case d’abitazione per la cooperativa “Un tetto”, che dimostrano le potenzialità dell’utilizzo dei pannelli prefabbricati in cemento a vista. Solo all’inizio degli Anni ’70, però, l’architettura milanese si scopre davvero pronta a spogliarsi dei suoi rivestimenti, e ad esibire un po’ dappertutto severi, rigorosi prospetti in calcestruzzo, nel suo centro storico ma soprattutto nelle sue sempre più sconfinate periferie.


Anni ’80 

PANNELLI METALLICI

Gli Anni tra i ’70 e gli ’80 sono il periodo in cui s’inaugura un processo di diversificazione dei materiali del pa-esaggio urbano milanese, proseguito ed ampliatosi fino ad oggi. In quest’epoca si affaccia sul mercato delle costruzioni, e compare nelle vie della città, una varietà di pannellature di diversi materiali, dalla resina plastica al metallo. I prospetti, rivestiti da sequenze regolari di unità prefabbricate, si fanno chiaramente modulari, ad esempio nella Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi di Vittore Ceretti (1983–1985). La promessa è quella di una manutenzione facilitata dalla possibilità di sostituire la singola lastra; la realtà, invece, dimostra spesso un invecchiamento precoce dell’intera facciata.

Anni ’90 

VETRO RIFLETTENTE

Il fallimento del Centro Direzionale, previsto dal Piano Regolatore del 1953, lascia Milano orfana di una downtown degna di questo nome. Negli Anni ’80, sulla scia di una ritrovata attrattività finanziaria, si avviano in città grandi cantieri di edifici per uffici. Tra rivolgimenti economici e rallentamenti vari, è solo all’inizio del decennio successivo che si possono verificare gli esiti di questo piccolo boom immobiliare. Edifici come le torri delle Ferrovie dello Stato alla Stazione di Porta Garibaldi dello Studio Lazzari-Perotta, completate nel 1990, e il Procaccini Center di Rolando Gantes e Roberto Morisi, completato nel 1994, sono solo gli episodi più visibili di un’onda lunga di architetture terziarie di vetro riflettente, frammenti nati già obsoleti di una città degli affari presto travolta dagli eventi.

Anni 2000 

VEGETAZIONE

Nel decennio in cui il dibattito sull’architettura sostenibile diventa definitivamente mainstream, a Milano comincia la costruzione di un edificio sperimentale e controverso, che si definisce innanzitutto a partire dalla sua componente vegetale. La moltiplicazione di mini-giardini pensili del Bosco Verticale di Stefano Boeri, iniziato nel 2009 e completato nel 2014, fornisce all’architettura milanese un esempio concreto, e indubbiamente impressionante, di come il verde può trasformarsi in un vero e proprio materiale di progetto, oltre che in strumento di promozione immobiliare. Da allora, sprazzi e superfici di vegetazione più o meno rigogliosa s’insinuano sui prospetti, sui terrazzi, nelle logge e sulle coperture di molti nuovi complessi, soprattutto residenziali. Talvolta negli edifici in carne ed ossa, altre volte solo nei render seducenti che li prefigurano.

Anni 2010 

ALLUMINIO ANODIZZATO

Inaugurata nel 2019, l’estensione del Campus Bocconi, progettata dallo studio giapponese SANAA, si inserisce nel paesaggio urbano milanese come un insieme di oggetti “anomali”, dall’estetica aliena, per niente tipica. I pro-spetti sono interamente rivestiti, o forse nascosti, da una doppia pelle integrale in pannelli grigliati di alluminio anodizzato. Il progetto di SANAA è l’esempio più recente, e probabilmente il più riuscito, di una generazione di architetture a vocazione globale e a forte componente tecnologica, che su questa scala è stata inaugurata a Milano un decennio prima dal Maciachini Center di Sauerbruch Hutton (2006–2010). Nel paesaggio urbano si presentano non come una composizione di pieni e di vuoti, di tamponamenti e aperture, ma come superfici equi-potenziali, di materiali, colori, texture ogni volta diverse.