LE RIVISTE MANIFESTO

di Serena Scarpello

Dal “New York Magazine” di Milton Glaser (e i tetti di New York), passando per “Monocle” (e i balconi di tutto il mondo), fino all’italiana “Terrazzo” (nome nomen) di Ettore  Sottsass: viaggio attraverso riviste-manifesto di una cultura dell’abitare al centro di continue interpretazioni.

Copertina di DOMUS n. 1045
Courtesy Editoriale Domus S.p.A. tutti i diritti riservati

Copertina di NEW YORK MAGAZINE  30 marzo–12 aprile 2020
Foto: Jeremy Cohen

Copertina di MONOCLE n. 133, Maggio 2020
Fonte: Monocle / monocle.com

Copertina di CABANA n. 13, Aprile 2020
Fonte: Cabana

Copertina di TERRAZZO n. 4, primavera 1990
Biblioteca Triennale - Milano


Philippe Daverio diceva che le riviste hanno avuto, fin dai tempi della loro primissima diffusione, un ruolo fondamentale nella creazione della cultura e del pensiero stesso, nonché nelle grandi rivoluzioni che, a suo dire, passavano sempre dalla carta.
Le riviste sono, a mio parere, delle opere d’arte senza tempo, bellissime, sfacciatamente commerciali in alcuni casi, meno in altri, tutte volte ad esprimere bellezza, molto spesso manifesto (appunto) ed archivio e cronaca dei nostri tempi interessanti.
C’è chi dice che le venderà per sempre, fino al giorno della sua morte, come uno dei dipendenti di Casa Magazine, l’edicola più famosa del West Village, a New York, che ha riaperto a luglio di quest’anno dopo alcuni mesi di lockdown e quando il New Yorker scrive che: «For “Westies”, Casa is a clubhouse and a weekend confessional. For destination tourists – that is, people who are not locals – it’s the only living shrine to print culture in New York City»1 mi trova perfettamente d’accordo. 
Questo paradiso delle riviste, Casa Magazine, è gestito dall’indiano Mohammed Ahmed, eletto l’ultimo “Re della carta” dal New York Times e quasi non riesce a mostrare tutti i 225mila giornali di cui è in possesso: sotto al numero di Granta, per esempio, si possono scovare alcuni numeri di Gentlewoman, e poi Self-service, Cabana, Lapham’s quartley.
Il New York Magazine è sempre in bella vista. Una rivista manifesto a tutti gli effetti, che negli anni ha raccontato una città, New York, costruendone di volta in volta la stessa immagine ed interpretandone l’evoluzione nel tempo.
Il numero di marzo mi è rimasto impresso nella mente più di altri: in copertina mostrava un ragazzo su un tetto mentre suonava il piano, un’immagine semplice ma allo stesso tempo forte, che improvvisamente ab-batteva tutti i muri tra le nazioni, ci accomunava tutti, trasmetteva più di mille titoli il forte senso dell’unione (e della poesia) che la pandemia aveva scaturito a New York, come a Milano e a Roma. Abbiamo vissuto le nostre case, il nostro privato, il nostro tempo esattamente come tutti, cercando di non perdere la speranza, l’ispirazione, il senso della bellezza, nonostante fossimo circondati da tanta bruttezza.
Ma le copertine del New York Magazine sono sempre state una specie di Manifesto libero, veloce, divertente ed urbano, proprio come la città dove sono nate. Il bellissimo libro raccolta MAG MEN. Fifty years of making magazines di Walter Bernard & Milton Glaser, introduce così la storia della nascita del magazine: «We began working together on July 1, 1968. The pace was hectic from the start, but we quickly found our stride as art director and design director. With lean budgets and a brilliant staff, we managed to produce a weekly magazine that, if far from perfect, had a real impact on the city and beyond».
Le copertine erano di solito foto artistiche della città, del suo skyline, di Central Park e di altri luoghi diventati sempre più iconici con il passare degli anni. Il design di Peter Palazzo venne per lo più mantenuto da Milton Glaser e Walter Bernard che lo ammiravano al punto da volerne man-tenere la tradizione nonostante la volontà di base di fondare un nuovo magazine, lanciare un nuovo modo di raccontare la città sia da un punto di vista artistico che letterario.
Tra le cover illustrate dallo stesso Glaser e forse le più riuscite (secondo la stessa testata) ci sono sicuramente quella che lanciò il primo numero e che recitava «New York is about New York» e presentava un Empire State Building in quattro sequenze. 
In fondo chi meglio di Milton Glaser poteva essere in grado di ascoltare, interpretare e raccontare una città che tanto amava da averne ideato lo slogan più famoso, I NY, nell’anno in cui gli chiesero un supporto per rilanciare la stessa immagine di una città allora in crisi (siamo nel 1975). Glaser riuscì con questa e con altre riviste, così come con i suoi poster, a disegnare un’immagine precisa quanto stratificata di New York, e a diffonderne il ruolo nel mondo in quanto città modello, anticipatrice di nuovi trend, antesignana di tutte le mode e luogo in cui le discussioni intorno a certi temi nascono prima che altrove.
A proposito di riviste-manifesto che hanno avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale nel cambiare certe percezioni riguardo la vita in un posto c’è Monocle, nata nel 2007 a Londra da un’idea di Tyler Brûlé (lo stesso che ha inventato Wallpaper), e diventata in pochi anni la bibbia di ogni lettore viaggiatore moderno e che intende scoprire qualcosa che vada oltre l’immagine più turistica e mainstream di un qualsiasi luogo. Monocle parla di politica, cultura e temi globali attuali, e lo fa attraverso il mensile, la radio, i libri, la sua agenzia creativa, i negozi e i caffè in giro per il mondo, ma soprattutto lo fa in un modo tale da cristallizzare una certa idea di vivere: la propria città, la meta di un viaggio, l’esperienza stessa del viaggio, la propria casa o l'ufficio in cui si lavora. 
Lo stesso Tyler Brûlé è icona di un modello di vita che mette il bello e soprattutto ciò che non è scontato davanti a tutto. 
Vanity Fair lo ha definito il guru della “Merano Renaissance” visto che proprio qui ha comprato una casa-Castello (ristrutturata con il suo stile moderno e poi venduta) ma prima ancora ci aveva aperto il suo primo Monocle Shop in cui si vendono tutt’ora prodotti di eccellenza locale, rivi-ste (tanta, bellissima carta), ma che fa anche da hub per artisti e mostre pop-up. Al negozio di Merano sono seguiti quelli di Londra (a Mayfair), Zurigo, Tokyo, Hong Kong (all’interno dell’aeroporto), Los Angeles, Toronto e il temporary di Milano (in collaborazione con Tenhoa, il concept store giapponese simbolo della vita cool orientale). 
Un numero del 2020 che ho conservato è l’Issue 133 di maggio, dedicato ad un vero e proprio manifesto per vivere bene i propri spazi. Il titolo in copertina recita: «Why home matters. A manifesto for creating spaces that make you feel happy and secure (and what to see when the world gets moving)» e l’illustrazione di Satoshi Hashimoto mostra diversi balconi, più o meno grandi, dai quali giovani coppie, bambini, cani e anziani, si affacciano sorridenti mentre bevono una tazza di caffè, suonano la chitarra, annaffiano le piante, si salutano e sorridono alla vita. Mai come quest’anno ci siamo resi conto di quanto sia importante la nostra casa. Certo lo sapevamo già, ma non l’avevamo mai vissuta in questo modo, intenso, continuativo, vicino, intimo, privato ma allo stesso tempo pubblico. Mai quanto nel 2020 ci siamo esposti, mostrando le nostre case ai colleghi, agli amici e ai parenti vicini e lontani; abbiamo riconsiderato 
il valore di certi spazi, certi oggetti, angoli e mobili; riordinato i nostri armadi, cassetti e scaffali (quando in realtà volevamo solo ordinare i nostri pensieri). Monocle ha provato, attraverso una personalissima guida domestica e raccogliendo le opinioni di alcuni dei principali rappresentanti della cultura dell’abitare, ad interpretare le nostre percezioni ed immaginare una nuova idea di vivere alla luce di quanto accaduto.

Credere nel proprio spazio per credere in se stessi, una promessa e un intento che vanno oltre il semplice elenco degli oggetti da avere, riordinare, riconsiderare in casa. È un modo di vivere il proprio io dentro e fuori quello che vuole disegnare Monocle, e in questo numero in particolare ho notato come ci sia riuscito alla perfezione mettendo insieme alcune tra le voci più famose (o scoprendone delle nuove) dell’architettura moderna. A cominciare da Rem Koolhaas, citato per il suo testo Countryside, a report (e qui improvvisamente ci ritroviamo in una specie di matrioska di carta, di manifesto nel manifesto), titolo che coincide con la sua mostra al Guggenheim di New York, ovviamente e tristemente chiusa in anticipo causa Covid-19, o da David Chipperfield, archistar prestata alla direzione di Domus. Ce ne è una di cover, di quest’ultima, che ho trovato davvero iconica: nel n. 1045 di aprile 2020 c’è la facciata della nave da crociera Diamond Princess, diventata il simbolo della pandemia dopo che a febbraio 2020 venne diagnosticato il Coronavirus ad un suo passeggero ottantenne di Hong Kong. Un’immagine antesignana della vita in lockdown mondiale che ne è seguita. Vorrei concludere questo mio breve viaggio con Terrazzo, la rivista che ha cambiato le regole delle riviste precedenti e di quelle successive. Fondata nel 1988 con la direzione editoriale di Barbara Radice, la cura grafica di Christoph Radl, le fotografie di Santi Caleca e la produzione di Anna Wagner, Terrazzo parlava (in inglese) non solo agli appassionati di architettura, ma a tutti coloro che erano intenzionati ad analizzare e a far-si un’opinione riguardo il bello stesso di vivere: uno spazio, una disciplina letteraria, una scelta consapevole. La carta per Sottsass rappresentava un vero amore (un amore che Michele De Lucchi dice di avere ereditato da lui, infatti ne scrive: «Per Ettore la carta è sempre stato una materiale preziosissimo e le riservava una particolare riverenza, un amore quasi sensoriale che esprimeva con sguardi affettuosi, carezze a palmo aperto, contemplazione, attesa, compiacimenti…
Distendeva la carta sul tavolo con grande cura, attento a non arricciare gli angoli o a sporcare la superficie e sia che fosse una rara carta giapponese fatta a mano da un monaco scintoista o un impersonale foglio A4
extra-strong della fotocopiatrice, mai sembrava, a guardarlo, che esitasse sempre un po’ prima di toccarlo con la punta della penna») e non dava solo forma a quanto intendesse pubblicare, ne faceva parte esattamente come gli altri elementi, con la stessa importanza, in un magico equilibrio di pesi e misure che in poco meno di dieci anni (chiuderà nel 1996) ha definito una rivista con un’identità forte ed immediatamente riconoscibile. I primi dieci numeri si sono infatti presentati con la stessa copertina grafica, che cambiava solo per diverse scelte cromatiche. Ogni numero rappresentava un piccolo manifesto costituito da Michele De Lucchi, Toyo Ito, Aldo Rossi, Fran Lebowitz, solo per fare alcuni nomi tra i più noti. Nel 1996 escono tre numeri monografici completamente diversi per grafica e interni, dedicati alla fotogr, ai progetti di interni e al Nagamandala, antico rito di purificazione.
Dalla monografia Terrazzo 1988–1996 edita da Electa con il Design Museum de La Triennale di Milano, emerge tutto il mito che questa rivista dalla vita breve è riuscita a creare intorno a sé.
 
«Come Vitrum di Gio Ponti, come Verve di Tériade, l’americana Views, la francese XX Siècle o Spazio di Luigi Moretti, riviste la cui raffinatezza ed eleganza le ha poste volutamente fuori dall’affollato mercato delle longeve... riviste di settore».

La rivista oggetto e progetto, manifesto di un ragionamento sul design lungo dieci anni e che cambierà i dieci, venti, trenta anni successivi.
E così ci sono le fotografie scattate dallo stesso Sottsass e le note scritte durante i suoi viaggi in India, alle Isole Eolie, a Firenze, alle Hawaii, alle Fiji, a Buenos Aires; i disegni di Francesco Clemente, quelli di Aldo Rossi, le litografie di Giorgio de Chirico; le foto di Andy Warhol e Helmut Newton. Nel numero 5 dell’inverno del 1990 c’è un pezzo dedicato agli architetti del “Dolce Stil Nuovo”, come li definisce Andrea Branzi: quelli che erano fortunati di potersi lasciare alle spalle un secolo e di aprire un nuovo millennio per il quale scrivere le nuove regole e mettere le basi di una nuova avanguardia. Branzi parla di una realtà in cui l’aspetto metropolitano delle vite di ognuno di loro era molto accentuato e in cui i bei vecchi tempi nei quali «gli urbanisti disegnavano le mappe, e i designer di interni le sedie» erano ormai lontani anni luce. Una nuova era di contaminazioni tra le arti stava nascendo e Terrazzo ne faceva da megafono a tutti gli effetti. Ma perché per una rivista interamente scritta in inglese, era stato scelto un titolo italiano? Lo spiega Barbara Radice nel n. 1 dell’inverno del 1988 trasmettendo magistralmente anche cosa significhi e implichi fare un magazine. Vale davvero la pena riportarlo di seguito, parola per parola.

«Doing a magazine is like writing a book or making a movie; you never know what you’ll end up with and not knowing is part of the amusement. You start because you think you have something to say, something urgent or different or new… maybe even vital… The photos, the drawings, the captions the words, the titles, the paper, the page format, the typesetting, even the advertising and the sponsors, everything, even the cover price, add up to a magazine and blend like the ingredients of a cake to communicate a taste, an aspiration, a desire embodied by that very object».

Ed è da questo principio, da questo ragionamento a monte sul significato più intrinseco delle riviste e sull’obiettivo stesso che la Radice ed Ettore Sottsass si erano immaginati di raggiungere con questo magazine-progetto (e non sul progetto), che nasce l’idea di chiamarlo Terrazzo.

«Terrazzo is an Italian word that means terrace or balcony. It is an outdoor place accessible from indoors where, depending on the size and the climate, you can sit, chat and look around. It is also an architectural element. The idea of terrazzo in Italian is associated with leisure and relaxation, with a general feeling of physical and psychological well-being. In English the same word means “a mosaic flooring made by embedding small pieces of marble or granite in mortar and polishing»